martedì, Ottobre 20, 2026
HomeBolognaL'allarme dell'Unsic: In un decennio in Italia la situazione previdenziale potrebbe determinare...

L’allarme dell’Unsic: In un decennio in Italia la situazione previdenziale potrebbe determinare un’emergenza sociale

(Sesto Potere) – Bologna – 20 ottobre 2026 – Entro un decennio la situazione previdenziale in Italia potrebbe determinare un’emergenza sociale. Ad attestarlo è l’organizzazione datoriale Unsic (Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori), membro del Cnel, il cui Ufficio comunicazione ha analizzato la tendenza dell’importo lordo medio del reddito pensionistico degli oltre 16 milioni di pensionati italiani sui dati Inps.

Attualmente tale importo è di 22.621 euro annui pro-capite, cresciuto di circa 400 euro nell’ultimo decennio, ma erosi dall’inflazione. L’ammontare annuo complessivo della spesa pensionistica è stato di 372,45 miliardi di euro nel 2025.

Se la crescita degli importi, legato alla rivalutazione automatica all’inflazione, ha riguardato pensioni anticipate (oggi media a 27mila euro annui), di vecchiaia (16.650 euro che prendono 11,5 milioni di persone), ai superstiti/reversibilità (12.480 euro) e invalidità previdenziale (10.686 euro) – ma anche l’assegno sociale è passato dai 448,07 del 2016 agli attuali 546,24 euro – per il futuro ad abbassare le medie saranno le nuove pensioni. Peserà, in particolare, la netta riduzione dei nuovi pensionati nel regime cosiddetto “misto”, cioè che considera sia gli importi pre-1996 calcolati con il retributivo (importo degli stipendi) con quelli post-1996 calcolati con il contributivo (somma dei contributi moltiplicati per un coefficiente crescente in base all’età dell’uscita dal lavoro).

Sarà proprio la netta prevalenza del regime contributivo puro, introdotto dalla Riforma Dini (legge n. 335/1995) ed esteso pro quota a tutti i lavoratori dal 2012 con la Riforma Fornero, a spingere verso il basso l’importo delle pensioni rispetto al sistema precedente, del resto in linea con gli scopi delle riforme.

“Tra una decina d’anni il regime previdenziale misto, tendenzialmente più favorevole del contributivo puro, sarà residuale e gli assegni pensionistici saranno di conseguenza sempre più leggeri – spiega Domenico Mamone, (nella foto) presidente dell’Unsic. “A ciò si sommano i cambiamenti produttivi, con lo scemare di quelle industrie che hanno garantito carriere lunghe e stabili, e il dato demografico: l’aumento di numero dei pensionati peserà maggiormente sulle casse pubbliche. Considerando che i pensionati costituiscono attualmente una buona ‘cassaforte’ per molte famiglie, la tendenza rischia di mandare in crisi radicati equilibri sociali”.

Pensioni e territori

L’Unsic stima che il problema sarà più accentuato nel Mezzogiorno, dove gli importi medi delle pensioni mensili sono già di circa 350 euro inferiori a quelli del centronord. E tra le categorie sarà penalizzato soprattutto chi va in pensione prima, come i militari in genere a 60 anni, in quanto il coefficiente di rivalutazione, legato all’età, sarà più basso. Altro tema è la forbice tra donne e uomini, con questi ultimi che godono di pensioni mediamente più alte di 6mila euro annui. Ma quali regioni registrano le pensioni lorde medie più alte e quali, al contrario, hanno assegni lordi più bassi?

Al primo posto, con media di circa 25.500 euro, troviamo la Lombardia, che risente ovviamente di un tessuto produttivo caratterizzato da industria e finanza in grado di garantire storie contributive basate su retribuzioni medie più alte e carriere lavorative stabili e continue. Agiata, in particolare, l’area metropolitana di Milano e la fascia pedemontana.

Al secondo posto la provincia di Bolzano con circa 25.000 euro, mentre Trento è a quota 24.500 euro circa, con picchi nella Val d’Adige. Qui si beneficia dell’elevata occupazione storica e di stipendi medi superiori alla media nazionale sia nel settore pubblico sia in quello privato/turistico. Bassissima l’incidenza di pensioni esclusivamente assistenziali.

Situazione previdenziale analoga inValle d’Aosta (circa 24.800 € lordi) grazie ad alti tassi di occupazione, livelli retributivi superiori alla media nazionale e
bassa incidenza di prestazioni assistenziali.

Quarto posto per la Liguria,una delle regioni più anziane d’Europa,con circa 24.500 euro, che beneficia della presenza di storici settori industriali, portuali, della cantieristica e del pubblico impiego. Alta la percentuale di pluripensionati, ad esempio con pensione propria sommata a pensione di reversibilità.

Quinti Lazio e Piemonte, appaiati a 24.400 euro circa. Se la pubblica amministrazione, con carriere stabili e continuative, caratterizza l’area laziale, l’industria automobilistica con indotto e meccatronica ha segnato l’area piemontese.

Settimo posto per il Friuli-Venezia Giulia (24.200 euro circa) caratterizzato da un tessuto economico forte nel manifatturiero, portuale e pubblico impiego.

Ottavo posto per l’Emilia-Romagna (23.750 euro circa), con differenze significative tra le province di Bologna e Parma (intorno a 25.000 euro circa), e Rimini (20.000 euro circa).

La Toscana dei distretti manifatturieri (tessile, conciario, meccanica), del turismo e del settore agricolo-vinicolo è nona in questa speciale classifica, con circa 22.900 euro lordi, ultima al di sopra della media nazionale. Le province di Firenze e Pisa guidano la graduatoria regionale, con tanti ex dipendenti del settore pubblico, dei servizi e della ricerca.

Decimo posto per il Veneto (circa 22.500 euro), caratterizzato dai tanti lavoratori autonomi e dalle pmi di artigianato e commercio, che spingono verso il basso la regione rispetto alle altre del Nord. Primeggiano le province di Vicenza e Venezia, seguite da Treviso e Padova, quindi Belluno e Verona, chiusura con Rovigo, dove pesa l’agricoltura.

Le Marche dei piccoli distretti manifatturieri (calzaturiero, del mobile, meccanico) e del lavoro autonomo sono undicesime con circa 22.100 euro lordi.

L’Umbria, con un indice di vecchiaia tra i più elevati e molte carriere lavorative frammentate,è dodicesima con circa 21.800 euro lordi. Il panorama previdenziale risente della prevalenza di piccole e medie imprese rispetto ai grandi insediamenti industriali.

Tredicesimo l’Abruzzo a quota 21.500 euro circa, con molte pensioni da lavoro dipendente e pubblico (specie nelle province dell’Aquila e Pescara), ma anche una forte incidenza di pensioni sociali o assistenziali, presente specie nelle aree più interne o rurali.

La Sardegna è quattordicesima (20.100 euro circa): i pensionati più privilegiati sono quelli del pubblico impiego (amministrazione regionale, enti locali, forze dell’ordine e difesa) e dei poli industriali e minerari/petrolchimici storici dell’isola (Cagliari, Sarroch, Porto Torres, Sulcis), mentre le pensioni più basse caratterizzano l’ampio settore agricolo. Molte le prestazioni di invalidità/assistenziali.

Quindicesimo il Molise (circa 19.400 euro), dominato da agricoltura, commercio e artigianato locale.

Sedicesima la Basilicata (circa 19.200 euro), con caratteristiche analoghe a quelle del Molise.

Diciassettesima la Campania (circa 18.400 euro) che risente storicamente dell’elevata incidenza di prestazioni assistenziali.

La Sicilia, con circa 17.900 euro, è diciottesima: pesano la presenza storica di settori come l’agricoltura, il commercio e l’edilizia, con contribuzioni frammentarie, e le provvidenze erogate ai tanti invalidi civili.

Diciannovesima la Puglia (circa 17.800 euro), anche qui con elevata presenza di prestazioni assistenziali.

Chiude la classifica la Calabria (circa 17.600 euro) caratterizzata da carriere lavorative storicamente discontinue con retribuzioni medie più basse, oltre all’elevata incidenza di prestazioni assistenziali.