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Donne e lavoro: forte divario tra Nord e Sud, dove il 30% delle donne è disoccupata e il carico familiare è al 70%

(Sesto Potere) – Roma, 20 maggio 2026 – In Italia le disuguaglianze di genere non sono un fenomeno statico, ma un processo che si costruisce e si amplifica nel tempo – il prodotto di una combinazione di elementi culturali, istituzionali e organizzativi che si alimentano reciprocamente, generando un circolo vizioso difficile da spezzare con interventi settoriali. Se all’ingresso nel mercato del lavoro il divario può apparire contenuto, nel corso della vita professionale tende ad allargarsi progressivamente, fino a tradursi in un gap pensionistico del 28,7% a sfavore delle donne.

È quanto emerge dalla nuova edizione del Rapporto Italia Generativa realizzata dal Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies (ARC) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore promossa da Fondazione Poetica e supportata da Unioncamere, presentata nei giorni scorsi a Roma, dedicata ad indagare la condizione delle donne che lavorano e intraprendono in Italia.

Colonna invisibile
Il titolo della nuova edizione esprime la duplice natura del problema indagato dal nuovo Rapporto. Oggi ancor più di ieri le donne rappresentano un pilastro fondamentale della società italiana (nel lavoro produttivo e imprenditoriale, nei servizi e nelle amministrazioni, nelle attività intellettuali e culturali, ..) Eppure, l’apporto delle donne alla ricchezza e allo sviluppo del Paese continua a restare ancora largamente nascosto e disconosciuto, finendo per divenire impercettibile nelle strutture del potere, nei criteri di valutazione economica, nelle priorità dell’agenda pubblica.

Disuguaglianze nelle disuguaglianze
Le donne non vivono una condizione uniforme. Differenze di reddito, risorse e contesto producono traiettorie molto diverse.
Le donne con maggiori risorse riescono a compensare le carenze del sistema attraverso soluzioni individuali; al contrario, quelle più fragili – spesso con lavori instabili o a bassa retribuzione – sono costrette a scelte limitanti fin dalla giovane età, con effetti duraturi su autonomia e carriera.

Il divario territoriale tra Nord e Sud
Nel Mezzogiorno il tasso di mancata partecipazione femminile al lavoro supera il 25% in diverse regioni, fino a raggiungere il 38,3% in Calabria e il 36,8% in Campania, mentre nel Nord scende sotto il 10% (3,8% nella Provincia autonoma di Bolzano, 6,6% a Trento, 7,8% in Veneto, 8,3% in Lombardia).
Anche le retribuzioni seguono lo stesso andamento: si passa da 28.603 euro medi annui a Milano a poco più di 10.000 euro in alcune province del Sud, come Vibo Valentia (10.463 euro).

Il divario si riflette anche nella distribuzione del lavoro familiare: le donne svolgono il 61,6% del totale, ma la quota sale al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole.

Maternità e lavoro: uno snodo critico
In un Paese segnato da un forte calo demografico (1,14 figli per donna nel 2025), la maternità continua a rappresentare un passaggio critico nelle biografie femminili.
Più che un evento integrato nei percorsi professionali, si configura spesso come una discontinuità che comporta rallentamenti, ridimensionamenti o ridefinizioni delle traiettorie lavorative.

Il peso crescente della cura
Accanto alla maternità, cresce il carico legato alla cura degli anziani. In Italia, il 58% delle attività di cura è rivolto a genitori o suoceri, contro l’8% destinato ai figli.
Si configura così una “doppia morsa” che incide soprattutto sulle donne nella fase centrale della vita lavorativa, limitandone opportunità e progressione di carriera.

Uno svantaggio che si accumula
Le disuguaglianze si rafforzano lungo tutto il ciclo di vita: minori salari, carriere più lente e discontinue, minore accesso a ruoli apicali e maggiore concentrazione in settori meno tutelati.
Il risultato è uno svantaggio cumulativo che aumenta la vulnerabilità economica, soprattutto nelle fasi più fragili della vita.

Servizi insufficienti e carichi squilibrati
Il sistema di welfare resta inadeguato.
Nel 2024 i bambini iscritti all’asilo nido raggiungono il 39%, in linea con la media UE ma lontani da Paesi come Francia (circa 60%) e Spagna (55%).
Persistono inoltre forti divari territoriali: si passa da quasi il 50% di copertura in Emilia-Romagna a circa il 23% in Calabria.
La carenza di servizi e il limitato utilizzo dei congedi parentali da parte degli uomini contribuiscono a mantenere squilibrata la distribuzione dei carichi di cura.

I commenti
La necessità di un riequilibrio – culturale, sociale, economico – tra generi è inderogabile” – commenta Andrea Prete; Presidente di Unioncamere – “Guardando solo all’aspetto economico, l’Italia non sta valorizzando a sufficienza una risorsa preziosa, quella femminile, sottostimandone le potenzialità. Favorire l’ingresso e la permanenza al lavoro delle donne, supportandole anche nell’avvio di una attività in proprio è la strada maestra per assicurare sviluppo al nostro Paese. Attraverso la rete dei Comitati per l’imprenditorialità femminile, da quasi trent’anni Unioncamere e le Camere di commercio promuovono iniziative a sostegno della nascita e diffusione delle aziende guidate da donne. Un impegno che è proseguito anche con il PNRR, sia per far crescere l’universo femminile che fa impresa (che conta oltre 1,3 milioni di realtà), sia per la certificazione della parità di genere da parte delle imprese”.

Il Rapporto Italia Generativa si colloca all’interno di un percorso di ricerca ormai consolidato che assume la generatività sociale come chiave interpretativa della realtà economica e sociale, per uno sviluppo che non sia riducibile alla sola crescita quantitativa ma si misura nella capacità di persone, organizzazioni e istituzioni di generare valore condiviso, sostenibile e trasmissibile nel tempo” – commenta il Prof. Mauro Magatti professore dell’Università Cattolica e presidente della Fondazione Poetica per la Generatività Sociale.

“Parlare della condizione femminile significa interrogarsi profondamente su quale modello di sviluppo desideriamo per noi, per il nostro Paese, per il suo futuro” conclude Magatti“ Il Rapporto propone un cambio di prospettiva: non si tratta di adattare le donne al sistema, ma cogliere questa occasione per trasformare il sistema, passando da un modello estrattivo centrato sulla produzione, a uno generativo, capace cioè di immaginare nuovi rapporti di senso tra lavoro, vita e cura. È una grande sfida, ma è la via per andare oltre opposizioni polari poco feconde (maschile femminile, vita e lavoro) e aprire creativamente e responsabilmente nuovi spazi di innovazione e sperimentazione”.