venerdì, Agosto 7, 2026
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Delegazione del Pd in visita al carcere di Forlì

(Sesto Potere) – Forlì – 7 agosto – La deputata del Partito Democratico Ouidad Bakkali, il deputato Andrea Gnassi e i consiglieri regionali Valentina Ancarani e Daniele Valbonesi hanno visitato la Casa circondariale di Forlì nell’ambito dell’iniziativa nazionale del Pd “Bisogna aver visto”, che porta parlamentari e rappresentanti istituzionali negli istituti penitenziari per conoscerne direttamente condizioni, criticità e buone pratiche.

La visita è stata anche l’occasione per verificare le condizioni legate al caldo estivo: è stato riscontrato che sono state messe in atto tutte le prassi previste, con ventilatori presenti in tutte le stanze e spazi comuni dotati di impianti di climatizzazione. Si tratta di una situazione che, pur in attesa di ulteriori miglioramenti strutturali, è stata valutata come sostenibile e sotto controllo. Sul fronte della capienza, inoltre, i numeri risultano in linea e non si registrano ad oggi situazioni di sovraffollamento o sforamenti.

Resta tuttavia evidente un tema strutturale più ampio legato all’edilizia penitenziaria italiana: la vetustà di molti istituti, la limitatezza degli spazi e l’inadeguatezza di alcune strutture incidono in modo significativo sulle condizioni complessive di vita e lavoro all’interno delle carceri. L’Italia, su questo fronte, continua a collocarsi nelle parti basse delle classifiche europee per qualità e adeguatezza degli spazi detentivi, segno di un ritardo storico che richiede un investimento organico e continuativo. È anche per questo che il completamento del nuovo carcere di Forlì assume un valore strategico, ma da solo non è sufficiente a colmare un problema che riguarda l’intero sistema nazionale.

L’attenzione si è concentrata in particolare sulla sezione femminile, l’unica presente in Romagna, e sui percorsi di formazione e lavoro attivi all’interno dell’istituto.

«Da Forlì si esce con un’immagine che vorremmo poter trovare molto più spesso nelle carceri italiane: quella di un luogo nel quale, salutando una persona detenuta, si può anche dirle “buon lavoro”. Non è un dettaglio. È il senso più concreto che possiamo dare alla funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra Costituzione», dichiarano Bakkali, Gnassi, Ancarani e Valbonesi.

Oltre la metà delle persone detenute è impegnata in attività lavorative, un risultato costruito nel tempo grazie all’impegno della direzione e del personale dell’istituto, alla collaborazione con Techne, alle realtà sociali coinvolte nei percorsi di inserimento e a una rete consolidata di rapporti con le imprese del territorio.

Nel corso della visita la delegazione ha potuto conoscere alcuni dei laboratori attivi: dal laboratorio di saldatura alla cartiera Manolibera, fino ai percorsi professionalizzanti nella sezione femminile, tra cui quelli per parrucchiera ed estetista.

«Qui abbiamo visto concretamente cosa significa costruire un ponte tra il dentro e il fuori. Formazione, lavoro e retribuzione durante la detenzione migliorano la qualità della vita in carcere e aumentano le possibilità di reinserimento. La sicurezza si costruisce anche così, riducendo la recidiva attraverso opportunità reali».

L’esperienza forlivese conferma il ruolo decisivo del rapporto tra carcere e territorio: imprese, enti di formazione, cooperazione sociale, istituzioni e associazioni contribuiscono a un percorso che non si limita alla custodia, ma accompagna il reinserimento.

«Questo modello va sostenuto e rafforzato. Il lavoro in carcere non deve essere un’eccezione, ma una componente strutturale della pena. Servono investimenti, formazione e un coinvolgimento sempre più ampio del sistema produttivo».

Un capitolo fondamentale riguarda il nuovo carcere di Forlì, opera attesa da molti anni e ancora non completata, con tempi non definiti. «È necessario arrivare al completamento della nuova struttura e avere certezze sui tempi. Ma non basta un nuovo edificio: va programmato fin da ora il trasferimento insieme alla continuità e al rafforzamento di ciò che oggi funziona nell’attuale istituto — laboratori, attività formative e lavorative, professionalità e rete con il territorio. Sarebbe un errore disperdere un patrimonio che rende Forlì un’esperienza significativa sul terreno del lavoro e del reinserimento. Allo stesso tempo, il nuovo carcere deve rappresentare anche un’occasione per superare le criticità strutturali che oggi, a livello nazionale, derivano da edifici spesso obsoleti e inadeguati rispetto agli standard europei».

«“Bisogna aver visto” significa entrare nelle carceri per raccontarle senza slogan: osservare le difficoltà, ascoltare chi ci lavora e chi sconta una pena, ma anche riconoscere ciò che funziona. Forlì dimostra che il carcere è più sicuro e più utile quando diventa luogo di costruzione di un futuro possibile, non solo di espiazione».

Bakkali, Gnassi, Ancarani e Valbonesi hanno infine ringraziato la direzione, la Polizia penitenziaria, il personale dell’area educativa, sanitaria e amministrativa, gli operatori, Techne e le realtà del territorio per il lavoro quotidiano a sostegno dell’istituto e dei percorsi di reinserimento.