(Sesto Potere) – Bologna – 14 gennaio 2026 – La rilevazione web di Confartigianato Emilia-Romagna condotta dal 28 ottobre al 9 dicembre 2025, alla quale hanno partecipato 460 imprenditori di micro e piccole imprese (MPI) e di imprese artigiane, delinea un quadro di marcata incertezza per le imprese emiliano-romagnole, caratterizzato da un diffuso pessimismo per il prossimo futuro.
Nei primi 9 mesi del 2025 le imprese indicano un calo medio del fatturato del 2,0%, più accentuato nella Manifattura e Costruzioni (entrambe con -3,8%), mentre i Servizi mostrano una tenuta (+0,1%). Rispetto al calo del fatturato pari al -4,1% rilevato un anno fa con una indagine analoga, si osserva un miglioramento diffuso in tutti i settori.
Tra le principali difficoltà affrontate dalle imprese nel corso del 2025 spicca una domanda del mercato insufficiente, che impatta su un terzo delle imprese (34,1%), particolarmente sentita nel comparto manifatturiero (44,0%). Segue la carenza di manodopera (26,3%), l’incertezza conseguente all’instabilità geopolitica (24,7%) e gli alti prezzi di energia elettrica e gas (24,0%). Il 23,4% delle imprese inoltre ha segnalato tra le altre difficoltà la burocrazia e l’alto costo delle materie prime.
Le imprese della Manifattura risentono in particolare della fiacchezza della domanda del mercato, dell’incertezza conseguente all’instabilità geopolitica e degli alti costi energetici. Le Costruzioni mettono al primo posto la mancanza di manodopera, cui segue la scarsa domanda e l’incertezza del contesto geopolitico alla pari con il costo della manodopera. I Servizi subiscono la domanda debole, i costi energetici e la mancanza di manodopera.
Le aspettative degli imprenditori emiliano-romagnoli per il prossimo anno sono pessimiste, sebbene oltre la metà delle imprese preveda uno scenario di stabilità, in particolare per quanto riguarda l’occupazione (il 73,5% dei rispondenti non prevede variazioni). La tenuta dell’occupazione, anche a fronte di un contesto economico non favorevole, è dovuta al fenomeno del labour hoarding: il 58,1% delle imprese con dipendenti infatti dichiara di aver trattenuto personale, anche a fronte di un calo della produzione, nel corso del 2025. Questo fenomeno è dovuto al timore di non riuscire a sostituirli in futuro, vista l’elevata difficoltà di reperimento del personale.
Il saldo tra ottimisti e pessimisti è fortemente negativo soprattutto per quanto riguarda gli investimenti (-24,9 punti percentuali) e i margini di profitto (-24,6 punti). Negativo ma più contenuto è il saldo che riguarda l’occupazione (14,1 punti) e gli ordinativi (-10,4 punti).
Approfondendo il capitolo investimenti, due terzi delle imprese (65,7%) ne aveva almeno uno in programma nel 2025. Di queste, il 58,6% ha dovuto rimandare o ridurre gli investimenti in programma, e in particolare il 31,0% li ha annullati o rimandati, mentre il 27,6% li ha dovuti ridimensionare. Il restante 41,4% ha realizzato tutti gli investimenti in previsione. Rispetto al 2024 cresce di 3,2 punti percentuali la quota di imprese che aveva intenzione di fare investimenti (era il 62,5%), tuttavia il peso delle imprese che hanno dovuto annullare gli investimenti cresce di 6 punti mentre cala di 7,2 punti per coloro che hanno realizzato quanto previsto.
Tra le prime voci di spesa per investimenti nel 2025 si riconferma l’innovazione e digitalizzazione, con il 41,0% delle imprese che si è dotata di nuovi beni strumentali e macchinari, il 29,6% ha acquistato hardware e software aggiornati, il 18,1% ha investito in e-commerce, sito web e canali social e il 15,0% in formazione per titolare o collaboratori in ambito digitale. Rispetto ai risultati raccolti lo scorso anno, si riconfermano le prime tre voci di spesa per investimenti, anche se con quote più contenute. La manifattura punta anche all’introduzione di innovazioni di prodotto/processo (22,2%).
Persiste il problema della domanda del mercato insufficiente, che risulta la principale difficoltà da affrontare anche per i primi mesi del 2026, indicata da due quinti (42,7%) degli imprenditori intervistati, con una maggiore frequenza nel manifatturiero (51,8%).
Tra le principali difficoltà che preoccupano le imprese per i primi 6 mesi del 2026 si segnalano anche l’incertezza conseguente all’instabilità geopolitica (33,3%, che sale al 41,6% nella Manifattura), gli alti prezzi di energia elettrica e gas (24,4%) e la mancanza di manodopera (21,8%, che sale al 35,0% nelle Costruzioni). Un ulteriore 17,9% delle imprese segnala tra le altre problematiche in particolare la burocrazia e l’alto costo delle materie prime.
Per quanto riguarda il futuro, oltre due terzi delle imprese (67,1%) proseguirà l’attività con l’attuale proprietà. L’11,4% delle imprese affronterà nei prossimi 5 anni un passaggio generazionale, principalmente passando l’attività a figli o nipoti (8,5%). Il 5,0% delle imprese sarà venduta o ceduta in gestione a terzi, mentre una impresa su 10 (10,9%) pensa di chiudere definitivamente, con incidenze più alte tra le imprese di Costruzioni (15,5%) e Manifattura (15,1%) e molto più contenute nei Servizi (5,8%). L’alta incertezza del contesto economico aumenta la difficoltà a prevedere e programmare un passaggio di consegne. Le imprese manifatturiere, che più frequentemente hanno
alla guida imprenditori di 65 anni o più (il 19,9% vs 15,3% medio), sono quelle che vanno maggiormente incontro ad un avvicendamento nei prossimi 5 anni (il 39,2%). Sono al contempo le realtà con una maggior frequenza di passaggio generazionale di consegne in famiglia o ai dipendenti (13,9%).
Le micro imprese fino a 9 dipendenti è più facile che chiudano senza un passaggio generazionale, mentre nelle aree interne la probabilità di chiusura rimane al 10,9% ma cresce la possibilità di portare avanti l’attività sia tramite figli e nipoti sia grazie ai dipendenti

