Ricercatori UniBo scoprono motivi estinzione Uomo di Neanderthal

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(Sesto Potere) – Bologna – 10 luglio 2020 – L’Uomo di Neanderthal non scomparve a causa dei cambiamenti climatici, almeno non i numerosi gruppi che fino a circa 42.000 anni fa sono vissuti nell’area mediterranea occidentale. È questa la conclusione tracciata da un gruppo di ricerca guidato da studiosi dell’Università di Bologna, che è riuscito ad ottenere una dettagliata ricostruzione paleoclimatica dell’ultima era glaciale analizzando una serie di stalagmiti prelevate da alcune grotte pugliesi.

Lo studio – pubblicato su Nature Ecology & Evolution – si è concentrato sull’altipiano carsico delle Murge, in Puglia, dove neandertaliani e Homo sapiens hanno convissuto per almeno tremila anni, da circa 45.000 a 42.000 anni fa. Un periodo durante il quale i dati estratti dalle stalagmiti non mostrano cambiamenti climatici significativi.

“L’area pugliese oggetto della nostra ricerca emerge come una ‘nicchia climatica’ durante la transizione fra Neanderthal e Uomo Moderno”, spiega il ricercatore Andrea Columbu, primo autore dello studio. “È dunque inverosimile che siano state drastiche variazioni del clima ad indurre la scomparsa dei neandertaliani in Puglia e, per estensione, in aree climatiche mediterranee simili”.

Tra le diverse ipotesi avanzate per spiegare l’estinzione dell’Uomo di Neanderthal, che in Europa è avvenuta circa 42.000 anni fa, quella climatica ha ottenuto fino ad oggi un notevole consenso tra gli studiosi.

Per ottenere informazioni sul passato climatico del Mediterraneo occidentale, il gruppo di ricerca dell’Università di Bologna ha allora rivolto la sua attenzione all’altipiano pugliese delle Murge. “La Puglia è di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche antropologiche, perché sappiamo che fu abitata sia dai Neanderthal che dall’Homo sapiens a partire da circa 45.000 anni fa”, dice Andrea Columbu. “È una delle poche aree al mondo entro le quali le due specie abbiano condiviso un territorio relativamente limitato in estensione, e per questo rappresenta un unicum per lo studio dei fattori climatici e bio-culturali alla base della transizione fra Sapiens e Neanderthal”.

 E le analisi dei ricercatori hanno mostrato che le stalagmiti pugliesi sono state caratterizzate da una deposizione continua durante tutto l’ultimo ciclo glaciale, ed anche nei cicli glaciali precedenti. Questo significa che nel corso dei millenni considerati non c’è stata nessuna drastica variazione climatica: un calo significativo delle precipitazioni piovose avrebbe infatti causato uno stop nella formazione delle stalagmiti.

Homo sapiens

I dati emersi dallo studio sembrano insomma mostrare che le grandi variazioni del clima avvenute durante l’ultima era glaciale siano state assorbite in modo diverso nell’area del Mediterraneo rispetto a quanto accaduto nell’Europa continentale e alle alte latitudini della Groenlandia. E questo porterebbe a escludere l’ipotesi climatica come causa dell’estinzione dei neandertaliani.

Ma come può spiegarsi allora la scomparsa di questa specie umana, avvenuta dopo pochi millenni di convivenza con l’Uomo Moderno?

A rispondere è Stefano Benazzi, paleoantropologo dell’Università di Bologna, tra gli autori dello studio. “I risultati di questa ricerca rendono ancora più plausibile l’ipotesi portata avanti da diversi studiosi secondo cui alla base dell’estinzione dei Neanderthal ci sia una motivazione tecnologica”, spiega Benazzi. “Secondo questa teoria sarebbe stata in particolare la tecnologia di caccia, molto più avanzata per l’Homo sapiens rispetto al Neanderthal, ad aver contribuito in maniera primaria alla supremazia del primo rispetto al secondo, inducendo la scomparsa dei neandertaliani dopo circa 3.000 anni di convivenza fra le due specie”.

Per l’Università di Bologna hanno partecipato allo studio Andrea Columbu, Veronica Chiarini e Jo De Waele del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali, insieme a Stefano Benazzi del Dipartimento di Beni culturali.

Hanno inoltre partecipato studiosi dell’Università di Innsbruck (Austria), dove sono state eseguite le analisi isotopiche, e dell’Università di Melbourne (Australia) e Xi’an Jiaotong University (Cina), dove sono state realizzate le datazioni radiometriche (metodo Uranio-Torio). 

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