Rapporto sulle Povertà 2020 della Caritas Diocesana di Forlì-Bertinoro: i dati

0
138

(Sesto Potere) – Forlì – 11 maggio 2021 – Tirare le somme dell’anno appena trascorso e restituire una lettura dei bisogni socio-economici del territorio in cui la Caritas Diocesana di Forlì-Bertinoro opera è un’operazione tanto necessaria quanto complessa. Sia perché la chiusura forzata dei servizi, nel pieno rispetto dei DPCM governativi, ha impedito la raccolta sistematica dei dati delle persone che si sono rivolte alla Caritas, sia perché la situazione di emergenza sanitaria tuttora in atto non consente ancora di conoscere i suoi effetti sul lungo periodo.

L’emergenza sanitaria da Covid-19 si innesta in un tessuto, quello italiano, in cui le famiglie in povertà assoluta, cioè prive dei beni essenziali, sono oltre 1 milione e 600 mila e comprendono quasi 4 milioni 600 mila individui1. Ne consegue che a risentirne maggiormente sono le persone già colpite da precarietà lavorativa, da fragilità e vulnerabilità sociali che nel contesto attuale, caratterizzato da chiusure forzate, blocchi lavorativi e distanziamenti sociali, vedono sempre più aggravata la loro condizione di indigenza.

In un anno che ha segnato in maniera indelebile la vita di tutte le persone, l’operato della Caritas Diocesana ha conosciuto un’inevitabile trasformazione. Garantire la continuità dei servizi e allo stesso tempo cercare di tutelare la salute delle persone che richiedevano un nostro aiuto e degli operatori e volontari che operavano nelle strutture è stata la sfida più grande e, come noi, ha interessato tutte le realtà del terzo settore presenti sul territorio.

La riorganizzazione ha interessato sia i servizi Caritas, che il nostro modo di operare: sono state attivate forme di ascolto telefonico, sono stati consegnati pacchi alimentari a domicilio e si è trasformata la modalità di accoglienza da temporanea a residenziale concedendo a chi una casa non ce l’aveva di avere un luogo sicuro in cui ripararsi.

L’avvento del lockdown e la conseguente sospensione della modalità tradizionale di gestione del servizio di ascolto ha impedito la raccolta dei dati di tutte le persone che nel periodo marzo – giugno 2020 si sono rivolte alla Caritas Diocesana. La perdita dei dati ha interessato non solo la Caritas Diocesana ma anche le tante Caritas parrocchiali che hanno dovuto interrompere il servizio per un periodo molto lungo, limitando i contatti alla sola distribuzione alimentare.

Il mancato servizio di ascolto ha comportato il non utilizzo del software Ospoweb sia per l’apertura di nuove schede anagrafiche, sia per l’aggiornamento delle schede già presenti sull’applicativo. Per avere informazioni quantitative più indicative dell’andamento della povertà nel territorio si dovrà estendere l’osservazione su specifici indicatori riguardanti gli accessi alla mensa Buon Pastore e la consegna dei pacchi alimentari nell’intervallo temporale marzo-giugno 2020.

Il totale complessivo degli utenti registrati dai due CDA negli 8 mesi di apertura è pari a 781 persone.

Di queste 781 persone, il 32% è composto da nuovi utenti (246 persone in termini assoluti), si tratta di cittadini che prima del 2020 non si erano mai recati alla Caritas e che con l’avvento della pandemia hanno visto aggravarsi la propria condizione.

Chi sono questi “nuovi poveri”? Sono per il 66% uomini, di cui il 67% cittadinanza straniera, con un’età compresa tra i 19 e i 34 anni, che vivono soli sul territorio e in condizioni di forte precarietà lavorativa e abitativa aggravata dall’avvento della pandemia. All’interno di questi nuovi arrivi la percentuale di occupati risulta di poco maggiore rispetto a quella dei disoccupati (il 39% contro il 36%), tra questi vi sono lavoratori nel settore della ristorazione, lavoratori stagionali in ambito ricettivo, lavoratori del settore sportivo, ma soprattutto lavoratori irregolari e intermittenti che non possono beneficiare delle misure di sostegno statale perché di fatto “invisibili” agli occhi del mercato del lavoro.

Tra le donne invece, si registra una nuova utenza composta per il 53% da cittadine straniere, che vivono in nucleo familiare, con un’età compresa tra i 35 e i 64 anni. La percentuale di nuove utenti disoccupate in cerca di nuova o prima occupazione è del 52%.

Le persone che in maniera continuativa accedono ai servizi della Caritas da più di un anno sono 536, di cui il 68% è costituito da uomini, con un’età compresa tra i 35 e i 64 anni.

Sul totale complessivo di 781 utenti il 47% risulta essere senza fissa dimora, corrispondente in termini assoluti a 368 persone. Un dato allarmante che si prevede andrà ad aumentare a seguito dello sblocco degli sfratti previsto per la fine del mese di giugno 20212.

Sul totale complessivo degli utenti incontrati, il 63% è di cittadinanza straniera. In continuità con il 2019, la nazionalità maggiormente incontrata è quella nigeriana (83 persone), seguita da quella marocchina (61 persone) e senegalese (32 persone).

Per quanto riguarda la condizione giuridica, dei 492 utenti stranieri il 78% è titolare di regolare Permesso di Soggiorno, il 9% è cittadino dell’Unione Europea, l’8% non possiede alcun Permesso di Soggiorno e per il restante 5% non è stato possibile recuperare il dato.

Fasce d’età:

Il totale dei beneficiari dei servizi Caritas è di 1274 persone. All’interno di questo dato sono conteggiati sia gli utenti titolari di scheda anagrafica, che i familiari che indirettamente usufruiscono del servizio, quale ad esempio, il pagamento di un’utenza domestica o l’acquisto di materiale scolastico.

La fascia d’età più rappresentata tra i beneficiari Caritas è quella degli adulti dai 35 ai 64 anni, che costituisce il 42,78% del totale dei beneficiari. Tra questi la percentuale di persone occupate, compresi i lavoratori stagionali, è del 49% contro il 42% di persone disoccupate.

Segue la fascia d’età dai 18 ai 34 anni (31,32%). È all’interno di questo dato che si concentra la maggiore presenza di lavoratori precari, saltuari e in nero che proprio a causa di questa precarietà non hanno potuto accedere alle misure di sostegno statale previste per i lavoratori ordinari.

Si attesta al 20,41% (260 persone in termini assoluti) la presenza di minori che hanno beneficiato dei servizi Caritas durante il 2020.

Se i giovani sono quelli che stanno subendo maggiormente le conseguenze di questa pandemia sul piano lavorativo, i minori sono i più colpiti dagli effetti negativi che ne derivano in termini di educazione e di socializzazione.

La chiusura delle scuole e l’avvio difficoltoso della didattica a distanza ha accentuato le criticità delle famiglie già in difficoltà economica che non avevano gli strumenti informatici adeguati a far fronte alle esigenze dell’istituzione scolastica. Computer, tablet, possibilità di collegarsi alla rete internet, stampanti, tutte attrezzature indispensabili per il proseguimento delle lezioni a distanza che hanno evidenziato le forti disuguaglianze tra famiglie e confermato quanto questa emergenza sanitaria non sia uguale per tutti e quando ne usciremo saremo forse più disuguali. Inoltre, la chiusura dei centri educativi, la mancata realizzazione di centri estivi, dei campi scuola e di tutte le attività extrascolastiche hanno limitato ulteriormente le occasioni di socializzazione dei bambini e dei ragazzi generando ripercussioni sulla loro salute psicofisica e l’aumento del fenomeno del ritiro sociale.

Infine il restante 5,49% è rappresentato dalle persone over 65 già colpite da problemi legati alla sofferenza della solitudine e della mancanza di reti di sostegno che con la pandemia si sono esacerbati.

Nuclei familiari:

Su 781 utenti, il 39% (302 persone in termini assoluti) è costituito da nuclei familiari, di cui il 52% di origine straniera.

La statistica nazionale ci conferma ancora una volta che l’incidenza del fenomeno della povertà è relativamente più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti e interessa particolarmente le famiglie con minori. Dato questo che trova la sua conferma all’interno dei dati della Caritas Diocesana di Forlì-Bertinoro in cui l’87% delle famiglie che hanno chiesto un aiuto nel 2020 lo ha fatto per rispondere a un bisogno di tipo economico.

mensa dei senza tetto

Un dato su cui riflettere è quello riguardante le famiglie interessate da alta conflittualità familiare che nel 2020 hanno raggiunto il 56% del totale. Le limitazioni alla circolazione dei mesi del lockdown hanno contribuito ad aggravare situazioni familiari già attraversate da multi problematicità che interessavano sia il piano socio-economico, che quello affettivo-relazionale. L’isolamento sociale, le difficoltà economiche, le tensioni intra-familiari, nonché la minore accessibilità ai servizi di prevenzione e protezione hanno generato un aumento delle conflittualità con i familiari conviventi. Conflittualità che non riguardano esclusivamente il rapporto marito-moglie ma anche quello genitori-figli soprattutto in quelle famiglie in cui vi erano problematiche legate a qualche tipo di dipendenza.

Inoltre, la sovrapposizione dei tempi tra lavoro retribuito e lavoro di cura familiare ha avuto un forte impatto sull’organizzazione familiare con riflessi sui carichi di cura, sugli equilibri di convivenza e sulle opportunità di apprendimento dei bambini. Ne deriva l’aumento di due disuguaglianze: la prima a sfavore delle donne, soprattutto madri sole con figli a carico, per le quali aumentano le difficoltà di conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro di cura familiare, la seconda a svantaggio dei bambini, specie per quelli che vivono in situazioni abitative disagiate e in condizioni non adeguate a evitare che la chiusura delle scuole si traduca in ritardi nella formazione e nella carriera scolastica3.

A conferma di questo dato vi è l’esperienza delle famiglie accolte all’interno delle strutture di accoglienza Caritas. Il 2020 ha infatti registrato all’interno delle strutture di accoglienza una presenza significativa di famiglie con minori a carico: si tratta di 8 nuclei familiari accolti nella struttura emergenziale di prima accoglienza e 5 nuclei nelle strutture di seconda accoglienza a lunga permanenza. Sul totale di 13 famiglie con figli minori solo in 4 vi è la presenza di entrambi i genitori, le restanti 9 vedono la presenza della sola madre.

Tra i tanti bisogni che interessano le famiglie accolte, la questione lavorativa emerge in maniera preponderante. Soprattutto nei nuclei in cui è presente la sola figura della madre, le possibilità da perseguire si riducono e molto spesso diventano impercorribili. Risulta allora complicata anche l’attivazione di un tirocinio in assenza di una rete familiare o amicale di appoggio e, di conseguenza, il protrarsi nel tempo di una situazione di bisogno. In presenza invece di entrambi i genitori, l’azione di ricerca lavoro si orienta principalmente sull’uomo, delegando alla donna il lavoro di cura familiare. Il problema lavorativo e il carico del lavoro non retribuito di cura familiare continua a ricadere sulla donna sia che si tratti di nucleo monogenitoriale, sia in presenza di entrambi i genitori.

Il 2020, al pari del 2019, ha visto una notevole presenza di donne con bambini all’interno del dormitorio di prima accoglienza femminile.

Nel 2020 sono state ospitate 22 donne adulte e 16 minori. Si tratta di 13 donne sole, 6 nuclei monogenitoriali e 2 nuclei con entrambi i genitori.

Non è irrisorio il numero di donne che provengono da situazioni familiari connotate da elevata conflittualità familiare e che, nel 36% delle persone accolte nel 2020, è sfociata in violenza domestica.

L’uscita da una situazione di violenza e il recupero di una condizione di autonomia richiede un notevole dispiego di competenze e un costante lavoro di rete con i servizi del territorio, in questo senso risulta preziosa la collaborazione con il Centro Donna del Comune di Forlì con cui si è sempre in una dimensione di comunicazione costante.

A tali situazioni di estrema gravità si aggiungono inoltre i tanti bisogni derivanti dalla difficoltà di trovare un lavoro regolare, di lunga durata e in grado di coprire le spese di gestione ordinaria di una casa e di una famiglia. Ciò rende ancora più difficoltosa l’uscita da una condizione di dipendenza e denota una povertà dalle mille sfaccettature.

Condizione abitativa:

La questione abitativa è uno dei problemi più urgenti che la società è chiamata ad affrontare, soprattutto in ragione del fatto che, al di fuori delle logiche economiche e finanziarie che ruotano attorno alla questione abitativa, il diritto all’alloggio si inserisce in un approccio che offra all’individuo la possibilità di recuperare la piena e completa dignità4.

Nel 2020 le persone senza fissa dimora che si sono rivolte alla Caritas diocesana sono state 368, pari al 47% del totale degli utenti. Di questi, il 79% è costituito da uomini e donne di origine straniera.

Si conferma ancora una volta una situazione di emergenza abitativa che colpisce maggiormente i cittadini stranieri che molto spesso, proprio a causa della loro condizione di immigrati, non riescono a trovare una soluzione abitativa adeguata e rispettosa della propria dignità.

Per meglio comprendere la condizione delle 368 persone senza dimora registrate dalla Caritas si riprende la classificazione ETHOS, acronimo inglese traducibile con “Tipologia europea sulla condizione di senza dimora e sull’esclusione abitativa” elaborata dalla Federazione Europea delle organizzazioni che lavorano con persone senza dimora. La classificazione ha raggruppato le diverse situazioni di disagio abitativo in quattro macro categorie concettuali (senza tetto, senza casa, sistemazione insicura, sistemazione inadeguata) dettagliate poi attraverso le categorie operative che classificano le persone senza dimora e in grave marginalità in riferimento alla loro condizione abitativa5.

All’interno di queste macro categorie si collocano i 368 beneficiari dei servizi Caritas: il 70% rientra tra i “senza tetto” che comprende persone che vivono in strada, che sono accolte in dormitori per persone senza dimora o che vivono in sistemazioni di fortuna. Il 21% appartiene alla categoria “sistemazioni insicure” in cui rientrano persone ospitate temporaneamente a casa di parenti e amici, che non hanno un contratto d’affitto o il cui alloggio è legato a una prestazione lavorativa (ad esempio il lavoro di assistenza familiare). L’8% appartiene alla categoria “senza casa” in cui si trovano le persone accolte temporaneamente in centri di accoglienza, comunità, case famiglia. Infine il restane 1% si colloca all’interno delle “sistemazioni inadeguate” in cui vi rientrano le persone che vivono in case abbandonate e in strutture non rispondenti agli standard abitativi comuni.

Se volessimo tracciare un identikit delle persone colpite da disagio abitativo incontrate nel 2020 potremmo dire che si tratta in maniera preponderante di uomini stranieri dai 18 ai 34 anni, celibi e impiegati in lavori saltuari, sottopagati e irregolari.

All’interno del territorio diocesano di Forlì-Bertinoro i mesi marzo-maggio sono stati caratterizzati dal costante monitoraggio del numero di persone senza fissa dimora che venivano incontrate quotidianamente durante la consegna serale dei pasti.

Riorganizzate e chiuse le accoglienze a nuovi ingressi, comprese quelle della Papa Giovanni XXIII a Borgo Sisa, si contavano all’incirca 20 persone costrette a vivere in strada. Si trattava di cittadini italiani e stranieri giunti sul territorio di Forlì nei giorni immediatamente precedenti al lockdown, stremati dalla situazione e dalle continue segnalazioni e verbali della polizia municipale per non rispettare l’obbligo di “stare a casa”.

La situazione ha conosciuto un’evoluzione nel mese di aprile quando, a seguito di costante comunicazione con l’amministrazione comunale, il Comune di Forlì ha messo a disposizione un appartamento per un’accoglienza in via emergenziale di 4 persone, gestita durante le ore notturne dalla Protezione Civile e durante le ore diurne dalla Papa Giovanni XXIII. A questa struttura se n’è affiancata in breve tempo una seconda ampliando di ulteriori 5 posti l’accoglienza emergenziale.

I servizi:

  1. I numeri dell’accoglienza.

L’anno appena trascorso, con tutte le sue incertezze e paure, è stato un anno di sfida, un anno in cui, in maniera ancora più forte, bisognava dimostrare la nostra presenza e vicinanza a chi si trovava in una situazione di disagio, ulteriormente aggravata dalla pandemia in atto. Durante i mesi di lockdown, per limitare al minimo il rischio di contagi si è deciso in prima battuta di chiudere le accoglienze ai nuovi ingressi e di rinnovare, fino a nuove disposizioni, quelle già avviate trasformando così il servizio da temporaneo a residenziale. Ciò ha consentito alle persone accolte di avere una “casa” in cui ripararsi e di poter rispettare le disposizioni governative.

Il numero totale delle persone accolte nei servizi di prima accoglienza maschile e femminile è di 143 persone, di questi l’81% è costituito da cittadini stranieri. Si conferma ancora una volta una situazione di emergenza abitativa che colpisce maggiormente i cittadini stranieri che non riescono, per mancanza di risorse o per difficoltà a reperire contratti di locazione proprio in virtù della loro condizione di immigrati, a godere di una soluzione abitativa che rispetti la dignità delle persone e favorisca lo sviluppo dei processi di socializzazione.

Il numero complessivo, invece, di persone accolte nella struttura di seconda accoglienza e nelle accoglienze diffuse è di 36.

In totale, quindi, le persone che hanno ricevuto accoglienza durante tutto il 2020 sono state 219.

  1. Il servizio mensa.

Uno dei servizi in grado di dare informazioni aggiuntive dell’incidenza della crisi sanitaria sull’andamento della povertà nel territorio diocesano è sicuramente quello della mensa.

Sul territorio diocesano sono presenti due mense cittadine: la mensa San Francesco gestita dall’Associazione San Francesco di Forlì e la mensa Buon Pastore gestita dalla Fondazione Buon pastore Caritas Forlì ONLUS, strumento operativo della Caritas diocesana.

Il servizio di distribuzione pasti, aperto tutti i giorni dell’anno e convenzionato con il Comune di Forlì per il ritiro delle eccedenze delle mense scolastiche cittadine, si avvale dell’apporto annuo di circa 150 volontari che quotidianamente offrono il proprio tempo nella lavorazione e preparazione degli alimenti.

Sia la Mensa San Francesco che la Mensa Buon Pastore hanno riorganizzato il servizio di erogazione pasti chiudendo le porte agli ingressi e consegnando sacchetti viveri da asporto.

Solo con la riapertura delle attività i servizi sono stati riaperti seguendo un sistema di ingressi contingentati che consentono l’ingresso a mensa per 17 persone alla volta.

L’andamento della mensa ha conosciuto il momento di picco nel mese di aprile, in cui si è registrato un incremento degli accessi del 19% rispetto al mese precedente. Se infatti il mese di marzo è stato caratterizzato da una diminuzione di accessi alla mensa, spiegato con la diffusione di un sentimento generalizzato di paura e di incertezza nell’accedere ai servizi di base, il mese di aprile ha registrato i primi segnali di aumento delle richieste di aiuto causate dal blocco lavorativo, confermato anche nel mese successivo.

Tra i nuovi utenti incontrati in entrambe le mense vi sono lavoratori e lavoratrici senza contratto di lavoro regolare che non hanno potuto accedere alla cassa integrazione o ad altre forme di sostegno statale. Si è registrato un aumento di donne, prevalentemente straniere, tra i 45 e i 60 anni occupate nel lavoro di assistenza familiare che con l’arrivo del lockdown hanno perso il lavoro; e un ritorno di persone già conosciute alla Caritas che avevano raggiunto una stabilità economica messa nuovamente in crisi dalla pandemia.

Il totale dei pasti erogati dalla mensa San Francesco durante il 2020 è di 26.240.

Il totale dei pasti serali erogati dalla mensa Buon Pastore durante tutto il 2020, senza periodi di interruzione, è di 31.610 pasti.

3-Il servizio di consegna pacchi alimentari a domicilio.

A seguito della chiusura dei Centri d’Ascolto parrocchiali e dell’Emporio della Solidarietà è stato attivato un numero di emergenza al fine di raccogliere le richieste delle famiglie che necessitavano di un aiuto di tipo alimentare. Il numero di emergenza, attivo 5 giorni su 7, ha permesso alle persone di ricevere anche un servizio di ascolto telefonico in un periodo di incertezze quale quello dei mesi del lockdown.

Il servizio di distribuzione pacchi alimentari a domicilio è stato avviato in via emergenziale il 23 marzo 2020 e concluso il 17 maggio 2020. In questi tre mesi le famiglie che hanno potuto usufruire una volta al mese di una spesa a domicilio sono state 442, pari a 1430 persone, per un totale di 1326 pacchi viveri consegnati.

Delle 442 famiglie raggiunte, 38 sono state segnalate dai servizi sociali del territorio (Sportello Sociale, Centro Donna); 11 dal Centro di Solidarietà di Forlì e 24 famiglie non si erano mai rivolte a un servizio assistenziale prima di allora.

Bisogni multipli e complessi:

Il nuovo assetto organizzativo, la differenziazione dei Centri d’Ascolto per tipologia di utenza e l’accesso per appuntamento ha permesso una maggiore presa in carico delle persone incontrate e un accompagnamento che va aldilà del singolo intervento erogato. Accompagnamento che deriva da bisogni multipli e complessi che hanno conosciuto un aggravamento con l’arrivo della pandemia.

Si confermano per i cittadini stranieri tre bisogni primari legati direttamente gli uni con gli altri: bisogno economico, bisogno abitativo e bisogno lavorativo.

E’ stato già specificato più di una volta quanto il bisogno di tipo abitativo sia maggiormente sentito dai cittadini stranieri e trova all’interno dell’utenza straniera della Caritas Diocesana una corrispondenza del 75% delle persone. Un fenomeno riscontrato spesso è quello che riguarda le persone uscite dalle strutture di accoglienza straordinaria per migranti (CAS) che chiedono ospitalità ai dormitori Caritas. Vi è una sorta di “tornare indietro” verso una situazione di dipendenza che dovrebbe essere già superata a conclusione di un percorso istituzionalizzato il cui obiettivo è fornire gli strumenti essenziali per il raggiungimento di una condizione di autonomia. Questo fenomeno ci interroga dunque sulle capacità del sistema di accoglienza nazionale di garantire l’avvio di un percorso di sviluppo personale che superi la fase assistenzialistica iniziale e sia in grado di tutelare il godimento dei diritti fondamentali della persona anche a fine progetto di accoglienza.

Accanto al bisogno primario di tipo abitativo vi è quello lavorativo che interessa il 65% degli utenti stranieri.

I bisogni riscontrati nell’utenza italiana non differiscono molto da quelli dei cittadini stranieri sennonché il bisogno di tipo economico, legato soprattutto alla mancanza di lavoro, è affiancato a situazioni di elevata conflittualità familiare.

Il lockdown ha inasprito situazioni già difficili in partenza che coinvolgevano soprattutto i rapporti genitori-figli. In generale si registra un forte bisogno di relazione che spinge le persone a investire molto nel rapporto con le operatrici dei Centri di Ascolto.

La forte conflittualità familiare, la rottura di relazioni, l’azzeramento di tutte le forme di socializzazione hanno generato nelle persone un forte senso di solitudine e la spinta a rivolgersi ai servizi Caritas anche per tentare di colmare una carenza di tipo affettivo-relazionale.

1 Istat Rapporto annuale 2020, L’andamento della povertà assoluta pre-pandemia, Roma, 2020, p. 34.
2Con l’obiettivo di arginare le ricadute socio-economiche dell’emergenza Covid-19 è stata introdotta, all’art. 13, comma 6 del D.L. 18 del 17 marzo 2020, la sospensione dei provvedimenti di rilascio degli immobili, anche ad uso non abitativo. La misura, originariamente in vigore fino al 30 giugno 2020, ha visto una prima proroga al 31 dicembre 2020 con l’introduzione del D.L. 34 del 19 maggio 2020, convertito in Legge numero 77 del 17 luglio 2020, cosiddetto “Decreto Rilancio”, e un successivo prolungamento al 30 giugno 2021 con l’introduzione del D.L. 183/2020, cosiddetto “Decreto Milleproroghe”.
3 Istat, Rapporto annuale 2020. La situazione del Paese, 2020, Roma, p. 154.
4 Caritas Italiana, Casa, bene comune. Il diritto all’abitare nel contesto europeo, Roma, 2020, p. 5.
5 Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta in Italia, 2015, p. 11.