Moda made in Italy, nel 2020 calo del 21% del fatturato: studio UniCredit

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sfilata di moda

(Sesto Potere) – Bologna – 19 marzo 2021 – UniCredit tiene accesi i riflettori sulla Moda Made in Italy, uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi economica determinata dalla pandemia. Così, dopo The Age of New Visions, le tre tappe di incontro virtuali realizzate alla fine dello scorso anno a Firenze, Milano e Roma e dedicate al rilancio del Fashion italiano, il Gruppo bancario si fa promotore di un nuovo momento di confronto fattivo, centrando il focus sulle imprese del fashion dell’area Centro Nord, ovvero di Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche.

Obiettivo: coinvolgere i principali protagonisti del comparto – imprese, istituzioni, associazioni e banca – e, partendo dai risultati di uno studio di settore condotto da Industry expert UniCredit, riflettere insieme sugli scenari economici e sulle strategie da attuare per agevolarne la ripartenza. I dati dello studio presentati ieri pomeriggio nel corso di un incontro, realizzato totalmente in digitale da UniCredit, dal titolo: Sostenibilità, digitalizzazione e un nuovo approccio di politica industriale le leve funzionali alla ripresa.

Sintesi studio di settore – UniCredit

La Moda italiana ha un peso importante nel panorama europeo, contribuendo a quasi la metà del valore aggiunto dell’area euro; ed è un pilastro della manifattura italiana di cui rappresenta circa il 9% del valore aggiunto e il 12,5% dell’occupazione.

Alla vigilia della pandemia le aziende del fashion risultavano nel complesso in buona salute. Nel 2019 la produzione settoriale continuava infatti a crescere trainata soprattutto dalla domanda estera cui era destinato circa il 75% della produzione nazionale. Esse godevano inoltre di una posizione finanziaria relativamente solida, grazie ad un processo di selezione che ha interessato le imprese della moda dopo la crisi finanziaria del 2008-2009.

La pandemia ha messo a dura prova il settore, con shock congiunti dal lato della domanda e dell’offerta, colpendo anche la fiducia dei consumatori e delle imprese. Per il 2020, sulla base di dati Cerved, il settore dovrebbe perdere circa il 21% del fatturato pre-covid. Nel 2021 è prevista una ripresa con un tasso di crescita che potrà oscillare tra il +12% e +7%.

L’impatto covid sul settore Moda per l’area Centro Nord è sostanzialmente allineato al quadro nazionale per il 2020.

Per il 2021 si attende una crescita del fatturato maggiore della media nazionale.
Per l’Emilia Romagna si stima un aumento tra +14.8% (scenario base) e +8,5% (scenario peggiore); per la Toscana tra +15,7% e +9%; per le Marche tra +14,7% e +8,4%; e per l’Umbria tra +13,7%
 e +7,8% (elaborazione UniCredit su dati Cerved).

I manager del Fashion a livello globale sono ancora cauti sul futuro, intanto hanno avviato e in alcuni casi accelerato un cambio di paradigma in termini di produzione, comunicazione e customer experience.

La ripartenza delle imprese italiane della Moda, in particolare, nella nuova era post-Covid sarà collegata alle nuove abitudini dei consumatori sempre più digitalizzati e concentrati su beni essenziali, più duraturi, di qualità superiore e prodotti in modo sostenibile.

Il cambiamento delle priorità dei consumatori e la rivoluzione digitale stanno modificando i modelli organizzativi delle aziende, richiedendo una sempre maggiore flessibilità, e spingendo verso l’omnicanalità, con i negozi che oltre alla tradizionale funzione di esposizione, diventeranno anche luoghi di ispirazione.

Digitalizzazione è una delle parole chiave. Le imprese del settore fashion, a seguito del Covid, hanno accelerato processi di digitalizzazione sia per le interazioni con i fornitori che per i processi interni.

Centrale anche il ruolo della sostenibilità nelle strategie aziendali. Già prima della pandemia le aziende del fashion italiano si erano mosse in tal senso, adottando misure per ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività. L’emergenza sanitaria ha portato a un’accelerazione nella scelta di strategie per la sostenibilità dell’offerta e dei processi produttivi dell’azienda, alla revisione della supply chain tramite una catena di fornitura più legata al territorio e all’implementazione di piani a favore della sostenibilità sociale.