La fuga dei giovani dal Sud, via 1,6 milioni in 25 anni

0
323
cittadini

(Sesto Potere) – Roma – 2 settembre 2021 – Negli ultimi 25 anni, la riduzione degli occupati, come conseguenza della perdita di popolazione (soprattutto giovanile, -1,6 milioni), e i deficit di lungo corso – in particolare eccesso di burocrazia, illegalità diffusa, carenze infrastrutturali e minore qualità del capitale umano – hanno, di fatto, determinato un continuo e progressivo calo del Pil prodotto dal Sud ampliando ulteriormente i divari con le altre aree del Paese.

Tra il 1995 e il 2020, infatti, il peso percentuale della ricchezza prodotta da quest’area sul totale Italia si è ridotto passando da poco più del 24% al 22%, mentre il Pil pro capite è sempre rimasto intorno alla metà di quello del Nord e nel 2020 è risultato pari a 18.200 euro contro 34.300 euro nel Nord-Ovest e 32.900 euro nel Nord-Est; tuttavia, nel 2020, l’impatto della crisi da Covid-19 al Sud è stato più contenuto rispetto alle altre aree del Paese che hanno patito maggiormente il blocco delle attività produttive durante la pandemia (Pil -8,4% contro il -9,1% al Nord rispetto al 2019).

Ma la fragilità dell’economia meridionale emerge anche dalle dinamiche del mercato del lavoro che, tra il 1995 e il 2019, ha registrato una crescita dell’occupazione 4 volte inferiore alla media nazionale (4,1% contro il 16,4%), con distanze ancora maggiori rispetto alle regioni del Centro e del Nord; nemmeno la particolare vocazione turistica delle regioni meridionali sembrerebbe essere di aiuto a spingere l’economia di quest’area, visto che, anche rispetto a un un anno “normale” come il 2019, i consumi dei turisti stranieri al Sud sono risultati molto inferiori di quanto speso nelle regioni del Centro e del Nord-Est.

Questi i principali elementi che emergono da un’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio su economia e occupazione al Sud dal 1995 ad oggi.

Ampia la riduzione del peso del Sud in termini di popolazione (dal 36,3% al 33,8%) e ben più grave è la questione della popolazione giovane. L’Italia nel complesso perde 1,4 milioni di giovani nel periodo considerato: da poco più di 11 milioni a poco meno di 10 milioni. Tutta questa perdita è dovuta ai giovani meridionali.

Mentre nelle altre ripartizioni il livello assoluto e anche la quota di giovani rispetto alla popolazione di qualsiasi età restano più o meno costanti, nel Mezzogiorno si registra un crollo: rispetto al 1995, mancano nel Sud oltre 1,6 milioni di giovani.

Un divario che spicca nel mercato del lavoro. Al di là del più elevato tasso di disoccupazione del Mezzogiorno e dei più bassi tassi di partecipazione, soprattutto femminile, al mercato del lavoro, emerge tutta la fragilità dell’economia delle regioni del Sud semplicemente dalla lettura della variazione degli occupati totali: a fronte di una crescita del 16,4% delle unità standard di lavoro per l’Italia, nei quasi 5 lustri considerati, l’occupazione del Sud cresce di poco più di 4 punti.

Le radici del declino hanno natura strutturale e origini lontane nel tempo. Prima della crisi economico-finanziaria della seconda parte degli anni duemila, il Sud cresceva a scartamento ridotto rispetto al resto del Paese, palesando, secondo la metrica della variazione del PIL reale, uno scarto di 3 decimi di punto annui rispetto alla media Italia nel periodo 1996-2007 (1,2% contro 1,5% del totale Italia). Questo scarto raddoppia, a sfavore del Sud, nel periodo 2008-2019, passando a 6 decimi di punto (-0,9% contro una riduzione media dello 0,3% all’anno).

Nel 2020, sulla base della stima preliminare dell’Istat, la crisi ha colpito meno il Sud rispetto al Centro-Nord che ha subito in misura più rilevante il blocco delle attività produttive durante la pandemia.