(Sesto Potere) – Forlì – 20 ottobre 2021 – Attorno al personaggio di Caterina Sforza l’Amministrazione Comunale di Forlì è fortemente impegnata con una serie di iniziative volte a restituire la figura della Signora di Forlì in termini di brand culturale e turistico.

Da questo punto di vista vale la pena ricordare il neonato “Festival di Caterina, accento di Libertà”, che si è svolto nella sua prima edizione lo scorso giugno 2021 (mentre nel 2020 si è tenuta l’edizione “zero”).
Non meno ambizioso è anche il progetto europeo “Smart Heritage”, a cui il Comune di Forlì ha aderito nel 2019, con il quale si intende sviluppare una nuova rotta per favorire un afflusso turistico costante e continuo, promuovendo patrimoni storico-culturali del territorio da valorizzare, con l’obiettivo di migliorare la capacità di gestione degli stessi anche attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie.

Immagine raffigurante Caterina Sforza, tratta dal volume “De plurimis claris selectisque mulieribus” (1497) di Jacopo Filippo Foresti da Bergamo, priore a Imola nel 1494 e a Forlì nel 1496.

Il filo conduttore a legare i partner internazionali del progetto (Evia in Grecia, Tirana in Albania, Mostra in Bosnia Erzegovina e la nostra Gerace) sono i volti e i personaggi storico-culturali che hanno lasciato il segno nei rispettivi territori e la nostra città ha scelto senza indugio Caterina Sforza,  figura attorno alla quale si sta creando il prodotto turistico culturale della città mercuriale.

Il testamento di Caterina e il mistero della scomparsa dei suoi resti mortali
di Marco Viroli

Il testamento di Caterina fu stilato attentamente, bilanciato in ogni sua parte, in modo da non creare ingiustizie e malcontenti per le ripartizioni tra i figli, che discendevano da tre padri diversi. Il patrimonio venne perciò diviso tra i figli secondo la diretta provenienza dei beni stessi.
Caterina lasciò pure alcune disposizioni per il conferimento di beni a persone diverse dagli eredi. Fu il caso di Cornelia e Giulia, figlie rispettivamente dei figli Ottaviano e Galeazzo Maria, del fedele Baccino da Cremona, di alcune dame di compagnia o del priore della chiesa del convento di San Girolamo a Fiesole.
Ordinò che in sua memoria si tenessero numerose cerimonie di suffragio, dispose elargizioni a favore delle suore del convento delle Murate di Firenze e assegnò offerte per permettere alle giovani nullatenenti di provvedere al proprio corredo nuziale. Caterina nel suo letto di morte non aveva dimenticato quanto le aveva insegnato il Savonarola nel 1497. Il frate ferrarese le aveva indicato la via della salvezza della sua anima e dell’espiazione dei peccati attraverso alla pratica delle attività misericordiose e delle elemosine agli indigenti, nonché all’esercizio della retta ed equa amministrazione cristiana della giustizia.
Lasciò poi alla città di Firenze, che l’aveva ospitata negli ultimi anni e intorno alla quale aveva orbitato la sua esistenza, una consistente somma destinata alla costruzione della cinta muraria e un’altra per la fabbrica della Cattedrale di Santa Maria del Fiore.
Diede quindi disposizione che la sepoltura del suo corpo avvenisse nel monastero di Santa Maria delle Murate, accompagnata da una cerimonia sobria e senza sfarzi.
Raccomandò infine la sua anima a Dio, alla Vergine Maria e a tutti i Santi del Paradiso, nella speranza che per le opere di bene compiute le fossero concessi il perdono e la grazia eterni.
Era un lunedì sera di fine maggio, il mese della Madonna, il 28 maggio per la precisione: in via Larga a Firenze, Caterina Sforza esalò il suo ultimo respiro. Aveva quarantasei anni una pelle di velluto e tutti i capelli bianchi.
La campana della chiesa di San Lorenzo salutò la sua dipartita terrena con lunghi e lenti rintocchi.
In osservanza alle disposizioni testamentarie la Leonessa di Romagna fu sepolta senza lapide di fronte all’altare maggiore del monastero delle Murate. Solo molti anni dopo, per onorare la memoria della nonna paterna, Cosimo I, figlio di Giovanni dalle Bande Nere e primo granduca di Toscana, vi fece apporre una lapide in marmo bianco su cui stava scritto in latino: «Caterina Sforza Medici Contessa e Signora di Imola e Forlì». Nella parte alta della lapide stava un emblema che univa e fondeva le sei palle, simbolo del casato mediceo, con il biscione dello stemma degli-Sforza.
Caterina non conobbe pace neppure da morta: nel 1835, infatti, la lapide di marmo fu rimossa e il corpo venne riesumato per lavori di trasformazione del convento in prigione di Stato. Le sue ossa furono raccolte in una cassettina e consegnate al pittore fiorentino Carlo Ernesto Liberati che, su consiglio dell’abate Missirini di San Mercuriale, le inviò a Forlì. Qui però furono respinte perché giudicate di dubbia provenienza e di non certa attribuzione. Nell’agosto del 1844 i poveri resti mortali della signora di Forlì tornarono al Liberati, che non sappiamo cose ne fece. Certo è che, da quel momento in poi, non se ne ebbe più notizia anche perché il pittore fiorentino spirò pochi mesi dopo senza lasciare né eredi né testamento.

nella foto in alto la lapide commemorativa della figura di Caterina Sforza nei giardini del Torrione della Rocca di Ravaldino.