Gli investimenti delle industrie in Emilia-Romagna più forti della pandemia

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(Sesto Potere) – Bologna, 19 maggio 2021  –  L’Indagine sugli investimenti delle imprese industriali dell’Emilia-Romagna, realizzata da Confindustria Emilia-Romagna insieme alle Associazioni e Unioni Industriali della regione, evidenzia una forte attitudine al cambiamento del sistema industriale dell’Emilia-Romagna, che ha intrapreso un percorso di sviluppo e crescita sempre più all’insegna della sostenibilità.

Le imprese hanno investito il 6,6% del fatturato, in particolare con interventi di natura organizzativa e gestionale come ICT e formazione. Rispetto a 10 anni fa è triplicata la percentuale di aziende che ha investito in sviluppo sostenibile: nel 2010 era il 20%, nel 2020 il 58% delle imprese ha realizzato investimenti di sostenibilità ambientale e sociale.

«La pandemia non ha paralizzato l’economia regionale − dichiara il Presidente di Confindustria Emilia-Romagna Pietro Ferrari − e le imprese hanno continuato ad investire, con una chiara traiettoria di evoluzione verso una sempre maggiore sostenibilità. Una scelta che sta entrando sempre più strutturalmente nelle strategie di crescita delle aziende, a prescindere dalla dimensione. La veloce ripartenza di metà 2020, dopo i fermi produttivi della primavera, è stata la conferma di una manifattura resistente e attrezzata a gestire situazioni di forte criticità.  

Per il 60 per cento delle aziende aumentare il grado di sostenibilità sarà una priorità di investimento anche nel 2021. Gli obiettivi del Patto per il Lavoro e per il Clima in termini di decarbonizzazione ed energie rinnovabili sono molto ambiziosi: li abbiamo condivisi, ma senza una regolamentazione, normative chiare e strumenti finanziari per la transizione energetica rischiano di restare enunciazioni di principio.

Il 2021 è un anno di svolta. Accanto ai piani di vaccinazione, indispensabili per superare la crisi sanitaria –  sottolinea il Presidente Ferrari − sarà fondamentale la piena e coerente attuazione del PNRR-Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Questo massiccio programma di investimenti e riforme avrà un ruolo chiave per la ripartenza del Paese sia per l’impatto diretto degli investimenti pubblici sia per accelerare gli investimenti privati.  Gli investimenti privati e pubblici, infatti, devono coesistere, perché i soli investimenti dello Stato non bastano per rilanciare la crescita: le infrastrutture e le riforme, pur necessarie e indispensabili, non sono sufficienti a creare strutturalmente benessere e lavoro. Le imprese hanno sostenuto lo sviluppo e l’occupazione del nostro Paese e stanno continuando a farlo.  Il PNRR dovrebbe indirizzare la maggior quota possibile di risorse ad accompagnare ed accelerare gli investimenti delle imprese».

Nel corso del 2020 oltre l’87% delle aziende ha realizzato investimenti, con una contrazione del -1,1% rispetto al 2019.  

La pandemia ha comportato una revisione dei piani di investimento per l’esigenza di adattare le organizzazioni al mutato contesto esterno: chiusura forzata di molte attività, ridotta mobilità delle persone, norme di distanziamento sociale, cambiamenti indotti nell’organizzazione del lavoro, importanti interventi pubblici in ambito monetario e fiscale. Le scelte di investimento delle imprese si sono concentrate principalmente su investimenti in ICT (51,9%), formazione (48,8%) e in ambito produttivo (ricerca e sviluppo 45,0% e linee di produzione 39,9%).

La dimensione aziendale è un fattore discriminante per la capacità di far fronte alla crisi. Le piccole imprese evidenziano maggiori criticità rispetto alle medio-grandi: una su cinque non ha effettuato investimenti nel 2020, a causa dei cali di fatturato che hanno portato a rivedere i  programmi di investimento.

Le previsioni per il 2021 sono all’insegna di una moderata cautela: le imprese che prevedono di effettuare investimenti sono oltre l’87%, in linea con la chiusura del 2020.  Le strategie di crescita vedono una prevalenza di investimenti in formazionericerca e sviluppo tutela ambientale. Si confermano gli investimenti in ICT, linee di produzione e per lo sviluppo sui mercati esteri.

Per quanto riguarda i fattori di ostacolo alle decisioni di spesa, gli aspetti congiunturali collegati all’incertezza sui tempi di superamento della crisi sanitaria rappresentano l’elemento più condizionante. Tra i fattori strutturali la burocrazia torna ad essere il principale ostacolo, segnalata dal 32,5% delle imprese, seguito dalle criticità legate alle risorse finanziarie e umane.

Il focus sulla sostenibilità − che si avvale anche di un commento da parte di Prometeia − dimostra come lo sviluppo sostenibile sia ormai pienamente inserito nelle strategie delle imprese.  Se nel 2010 era quasi identica la percentuale di imprese che dichiarava di avere intrapreso volontariamente una politica sostenibile e di quelle che lo facevano per adeguarsi alla normativa vigente, ora le aziende che lo fanno in modo volontario sono il doppio delle altre.

Mentre le grandi aziende erano indirizzate lungo una logica di sviluppo sostenibile già nel 2010, le PMI hanno invece cambiato marcia nell’ultimo decennio.

Le motivazioni economiche ad investire in sostenibilità evidenziano come il tema stia diventando sempre più rilevante nelle politiche di sviluppo aziendale: i fattori che riscontrano la maggior frequenza di risposte sono rilevanza strategica, riduzione dei costi e miglioramento della reputazione verso i clienti e i fornitori. Oggi ha acquisito grande importanza anche la ricerca di consenso sociale, considerata dieci anni fa scarsamente rilevante.

I principali ostacoli ad investire in sostenibilità sono i costi di adeguamento, sia dei processi sia dei prodotti − richiamati in particolare dalle grandi imprese − e la burocrazia.

Strategico è l’investimento in conoscenza: oltre l’80% delle imprese prevede di accompagnare le scelte legate alla sostenibilità con adeguamento e crescita delle competenze del personale interno all’azienda. Al crescere della dimensione aziendale cresce la previsione di investire nell’acquisizione di tecnologie specifiche e nell’assunzione di nuove figure professionali.

L’analisi ha messo a confronto due anni particolari: il 2010, anno di post crisi dopo il crollo mondiale del 2018, e il 2020 che rimarrà nella storia come l’anno della pandemia. In questo decennio l’industria dell’Emilia-Romagna ha vissuto un percorso di trasformazione, riqualificazione e rafforzamento competitivo che ha restituito imprese più solide e robuste, specie dal punto di vista del rafforzamento patrimoniale, e ha coinvolto tutte le aziende, soprattutto le medie e grandi, portandole verso condizioni di maggiore equilibrio rispetto al passato.

L’Indagine sugli investimenti delle imprese industriali dell’Emilia-Romagna, giunta quest’anno alla ventiduesima edizione, ha coinvolto 450 imprese (61% piccole, 31% medie e 6% grandi), con un giro d’affari di 16,5 miliardi di euro e 51 mila addetti. Per la prima volta l’indagine, tradizionalmente manifatturiera, include anche imprese dei servizi.