Filiera agroalimentare italiana, Nomisma: ruolo chiave nel Paese ma in equilibrio delicato

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(Sesto Potere) – Bologna – 26 febbraio 2021 –  La filiera agroalimentare italiana ha un ruolo chiave per la ricchezza del Paese e del territorio. Persino durante la pandemia, l’export ha registrato un incremento confortante (+1,3%), confermando il trend positivo degli ultimi 10 anni e in controtendenza con i cali di Francia (-3,7%) e Germania (-1,2%), Stati che hanno maggiormente sofferto le limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria. 

“Ma – afferma  Denis Pantini, Responsabile Agroalimentare Nomisma – non dobbiamo dimenticarci che, per molte derrate alimentari primarie, l’Italia non è autosufficiente – negli ultimi dieci anni il nostro import agricolo è cresciuto del 55% – e che la tenuta socio economica dei nostri territori è legata ad una filiera, come quella agroalimentare, che negli stessi anni ha aumentato il proprio posizionamento internazionale grazie ad una crescita dell’80% nell’export dei propri prodotti”.

Nell’attesa che siano risolte le criticità strutturali, diventa pertanto determinante sciogliere il problema del latente pregiudizio dei consumatori italiani nei confronti delle innovazioni tecnologiche nel settore agroalimentare. Ma quanto è radicata questa diffidenza e in che modo si può mitigare? Risponde a questi interrogativi l’indagine di Nomisma-Agrifood Monitor. I prodotti agroalimentari derivanti da aziende “tradizionali” sono percepiti dal 45% degli italiani – a prescindere dall’effettivo consumo – di qualità superiore rispetto a quelli che provengono da aziende tecnologicamente avanzate. 

Ma qual è in concreto la propensione del consumatore italiano? Anche in questo caso esiste una spaccatura fra coloro che preferisco acquistare prodotti alimentari da aziende tradizionali (39%) e coloro che invece scelgono aziende tecnologicamente avanzate (34%). Questo avviene perché diversi aspetti – come ad esempio il benessere degli animali e la qualità dei prodotti – tendono ad essere più facilmente collegati all’attività delle aziende tradizionali mentre altri fattori – come ad esempio la sicurezza dei prodotti e la tutela dell’agricoltore – sono più facilmente riconducibili ad aziende percepite come più tecnologiche.

Gli italiani sembrano tuttavia avere le idee chiare quando viene chiesto loro di individuare le priorità da affrontare attraverso l’innovazione applicata all’agricoltura. Le nuove tecnologie sono ritenute fondamentali in attività che riguardano la produttività e la sostenibilità, come “aumentare la produttività delle colture” per il 39%, “ridurre lo spreco/le perdite di prodotti agricoli” per il 36%, “ridurre l’impatto ambientale del settore agricolo” per il 32% e “soddisfare la domanda alimentare nazionale e globale” per il 28%. 

Questo emerge dall’indagine Survey Nomisma – Agrifood Monitor, realizzata in partnership con Crif e presentata lo scorso 16 febbraio in occasione del V Forum Agrifood Monitor e del webinar “L’agricoltura italiana e la sfida dell’innovazione”. 

 Dall’indagine emerge come, in realtà, i pregiudizi verso l’agricoltura innovativa dipendano più da una errata o insufficiente comunicazione/informazione che da un reale “integralismo alimentare” dei consumatori stessi. 

Uno studio che ha sottoposto 4 tipologie di nuovi strumenti che si stanno diffondendo in questi anni in agricoltura e in tutti i casi gli intervistati hanno mitigato il proprio scetticismo una volta ricevuta una descrizione dettagliata della tecnologia e dei benefici connessi.

Il giudizio positivo su “i sensori per misurare l’umidità e regolare l’utilizzo di acqua sulla base delle reali necessità” è aumentato del 13%, quello su “sementi/piante ottenuti con tecniche di miglioramento genetico in grado di affrontare i cambiamenti climatici” del 18%, quello su i “robot di mungitura in grado di migliorare il benessere dei bovini” del 22% e infine quello su “macchine agricole per la distribuzione precisa di fitofarmaci e fertilizzanti sulla base delle reali necessità” del 17%.

L’agricoltura 4.0, pur essendo ancora poco diffusa nel nostro Paese, permette non solo di recuperare efficienza grazie a risparmi nei costi di produzione (che, per colture estensive come il frumento tenero, arrivano fino al 15% ad ettaro) ma garantisce anche una maggiore produttività (che può arrivare ad un +10%). Il che si traduce non solo in un incremento di redditività per l’agricoltore (sostenibilità economica) ma anche in un minor impatto ambientale, grazie all’uso di agrofarmaci, fertilizzanti e acqua limitato alle reali necessità delle piante coltivate (sostenibilità ambientale).

Purtroppo, la ridotta diffusione di tali innovazioni dipende da diversi gap strutturali, comuni all’adozione di questo tipo di tecnologia. Un recente studio della Commissione Europea ha infatti messo in luce come tra le aziende europee, il primo ostacolo all’utilizzo dell’agricoltura di precisione (e 4.0) siano le ridotte dimensioni aziendali (per il 26% delle imprese intervistate), il costo di accesso ma anche la ridotta conoscenza di tali tecnologie.

A tale proposito, l’agricoltura italiana presenta una dimensione media poderale di 11 ettari (contro i 17 della media Ue), una formazione agraria completa che riguarda solo il 6% dei conduttori (contro il 9% dell’Ue) e un accesso a internet in aree rurali che interessa l’82% delle famiglie italiane residenti in tali zone rispetto alla media europea dell’86% (che arriva al 99% nei Paesi Bassi).