(Sesto Potere) – Bologna – 18 gennaio 2023 –  Oggi a Bologna, in occasione della nona tappa del roadshow di “Imprese Vincenti”, il programma di Intesa Sanpaolo per la valorizzazione delle piccole e medie imprese italiane, è stata presentata l’Analisi del contesto economico italiano e regionale, a cura della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo.

Lo scenario nazionale
L’economia italiana è attesa chiudere il 2022 con una crescita significativa del PIL, intorno al 3,8%, un risultato migliore rispetto alla media dell’aera euro (+3,3%). Sono state premianti la ripresa della filiera del turismo (in recupero dopo lo shock pandemico), il traino delle costruzioni (grazie agli incentivi alle ristrutturazioni) e il trend dell’industria manifatturiera, che ha confermato la sua competitività a livello internazionale. Nel 2023, la fiammata inflazionistica, conseguente alla crisi energetica, e la restrizione monetaria decisa dalle principali banche centrali a livello globale, in risposta allo shock, peseranno sulle prospettive di crescita dell’economia. Inflazione ed elevata incertezza penalizzeranno infatti i consumi delle famiglie e la propensione a investire delle imprese, con attese di rallentamento rispetto all’ultimo biennio: nel 2023 il PIL italiano è stimato crescere infatti solo dello 0,6%.

In questo scenario diventano ancora più cruciali gli interventi in digitalizzazione, innovazione e capitale umano, come emerge anche dalle più recenti indagini che Intesa Sanpaolo effettua trimestralmente, coinvolgendo i colleghi gestori, che esprimono il sentiment proveniente dalle aziende clienti.

Sul versante digitale l’Italia negli ultimi anni ha mostrato significativi progressi, salendo al 18° posto tra i 27 stati dell’UE (Digital Economy and Society Index DESI-2022), grazie in particolare al miglior posizionamento delle componenti legate alla connettività e all’integrazione delle tecnologie digitali (e in particolare l’utilizzo di servizi cloud e della fatturazione elettronica). Se da un lato il piano Industria 4.0, a partire dal 2017, ha contribuito alla diffusione di nuove tecnologie nel sistema industriale, dall’altro, la pandemia ha contribuito ad un’accelerazione del processo di digitalizzazione dell’intero sistema economico. Permane però un forte divario con l’Europa soprattutto in termini di competenze digitali, dove il nostro Paese di colloca in 25esima posizione.

A livello territoriale emerge una discreta eterogeneità, come mostra l’indicatore DESI a livello regionale calcolato dal Politecnico di Milano. Nello specifico si osserva una buona performance per l’Emilia-Romagna, il cui indice DESI territoriale si posiziona su livelli superiori alla media italiana, dopo Trentino-Alto Adige e Lombardia. Si posiziona invece sotto la media italiana l’indicatore riferito alle Marche.
L’attività di Ricerca e Sviluppo rappresenta una variabile strategica, poiché permette di innalzare il contenuto tecnologico dei prodotti e servizi offerti. L’innovazione, intesa come attività che introduce nuovi modelli e/o processi produttivi, o sviluppa nuove tecnologie, è fondamentale per continuare a crescere ed essere competitivi nel panorama internazionale.

sede Politecnico di Milano

Negli ultimi anni, fino al 2019, l’Italia ho mostrato un trend crescente delle spese in Ricerca e Sviluppo, passando da 20,5 miliardi di euro nel 2012, anno di introduzione del credito d’imposta dedicato, a oltre 26 miliardi nel 2019, con un aumento dell’incidenza sul PIL da 1,26% a 1,46%. Dopo la frenata del 2020, condizionata soprattutto dal calo delle spese in R&S delle imprese per effetto delle conseguenze economiche della pandemia, le stime relative al 2021 confermano una ripresa degli investimenti in R&S. Nonostante il trend positivo, permane però il gap con l’Europa: nel 2019 la spesa in R&S su PIL in Italia si è attestata su valori pari a 1,46%, a fronte del 3,16% della Germania e del 2,22% dell’Unione Europea. Si conferma molto eterogeneo il quadro a livello territoriale, con indicazioni migliori per Piemonte ed Emilia-Romagna ai primi posti nel ranking nazionale con un’incidenza superiore al 2%. Le Marche si posizionano al dodicesimo posto, con un peso su PIL di 1,08%.

Il profilo innovativo delle imprese ha costituito un asset chiave anche nella recente crisi legata alla pandemia. L’analisi su un campione di circa 62.800 imprese manifatturiere italiane con un fatturato superiore a 400 mila euro nel 2019 evidenzia performance migliori per le imprese con brevetti che hanno mostrato una maggiore tenuta del fatturato nel 2020 (-7,9% la variazione, tre punti percentuali meglio del resto delle imprese) e livelli di EBITDA margin saliti nel 2021 al 10,1% (vs l’8,8% delle aziende senza brevetti). L’aumento della propensione a innovare delle imprese italiane può dunque portare a un innalzamento del potenziale di crescita e della capacità di creare valore della nostra economia.
L’Emilia-Romagna spicca per intensità brevettuale, con valori più che doppi rispetto alla media italiana. Nel periodo 2010-2012 (ultimi dati disponibili) la media dei brevetti registrati all’European Patent Office per milione di abitante è stata pari a 146,7 in Emilia-Romagna, rispetto ad un valore pari a 68,6 in Italia. Anche le Marche evidenziano un dato superiore a quello italiano: il numero di brevetti registrati all’EPO si attesta su livelli pari a 74,7. Inoltre, nel 2020, l’analisi sull’innovazione delle imprese con almeno 10 addetti, mostra dei buoni risultati sia nelle Marche che in Emilia-Romagna per quanto riguarda la quota di imprese che ha introdotto innovazioni tecnologiche (di prodotto e/o di processo), evidenziando, rispettivamente, percentuali pari al 52,8% e 47%, valori superiori rispetto al dato nazionale (45,9%).

Un contributo alla propensione all’innovazione e alla digitalizzazione può venire anche dalle start-up innovative attive nel territorio: al termine del terzo trimestre del 2022 alla sezione speciale del Registro delle Imprese ne risultavano iscritte 14.708, 87 unità in più rispetto al trimestre precedente. Gran parte di queste imprese è specializzata in servizi avanzati, principalmente produzione di software e consulenza informatica, attività di R&S, elaborazioni dati, hosting, portali web.
Circa il 20% delle start-up innovative è gestito da un board a prevalenza giovanile, una quota superiore rispetto alle nuove aziende non innovative. Con circa 1.100 start-up innovative (di cui 360 a Bologna e oltre 160 a Modena) l’Emilia-Romagna si posiziona al quarto posto in Italia, dopo Lombardia, Lazio e Campania. Le Marche, con circa 400 start-up innovative sono al decimo posto, evidenziando però un’incidenza di start-up innovative sulle nuove società di capitale della regione del 4,41%, una percentuale superiore alla media italiana (3,8%).

Ancona

Il rafforzamento della propensione a innovare dell’Italia passa attraverso la valorizzazione del capitale umano, sia con più investimenti in formazione (e maggiore attenzione alle materie scientifiche e tecnologiche), sia con l’inserimento in azienda di giovani con elevate competenze. Lo studio realizzato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo mostra una maggiore propensione a brevettare per le imprese con giovani nel proprio board rispetto alle altre imprese. Per quanto riguarda la specializzazione in discipline scientifiche e tecnologiche, il nostro Paese vede una minor quota di persone laureate in queste materie rispetto alla media europea. Da segnalare però il miglior posizionamento di Emilia-Romagna e Marche nel panorama italiano: in queste regioni, il numero di laureati in materie scientifiche è infatti superiore alla media italiana. Occorre però a livello di sistema Paese porre rimedio alla perdita di laureati che ogni anno emigrano all’estero: nel 2020 in Italia la differenza tra laureati in entrata e in uscita è stata negativa e pari a 16.204 unità.

In questo contesto si distingue però l’Emilia-Romagna, che mostra infatti una buona capacità di attrarre laureati dalle altre regioni italiane, con un saldo positivo di oltre 3.000 laureati, ma evidenzia a sua volta un saldo negativo verso l’estero, confermando la scarsa capacità italiana di trattenere competenze nel Paese. Nelle Marche il saldo è negativo sia se si osservano i flussi tra regioni italiane, sia analizzando la dinamica verso i paesi stranieri.