(Sesto Potere) – Roma – 20 dicembre 2022 – “Nel 2022 abbiamo registrato un netto miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro. Il tasso di occupazione nel secondo trimestre dell’anno si è portato al 60.2 per cento, che rappresenta il suo massimo storico e parallelamente si è osservato l’aumento del tasso di attività e la diminuzione del tasso di disoccupazione (sceso all’8.1 per cento). Tuttavia, il miglioramento dei macroindicatori relativi all’occupazione e alla partecipazione ha anche una radice non particolarmente positiva, vale a dire l’abbassamento del parametro di riferimento costituito dalla popolazione in età lavorativa. Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un vero e proprio paradosso: cala la disoccupazione ma aumenta il mismatch, cioè lo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro. La buona notizia viene dalle prospettive occupazionali del PNRR che produrrà circa 4,5 milioni di posti di lavoro. Bisogna con urgenza intervenire sulla formazione delle competenze degli adulti che già lavorano e soprattutto dei giovani”.
È quanto ha affermato il presidente Tiziano Treu alla presentazione del Rapporto 2022 del CNEL sul mercato del lavoro svoltosi a Roma nella Sala del Parlamentino di Villa Lubin alla presenza della Vice Ministro al lavoro Maria Teresa Bellucci.

Lo scenario
“La parziale riduzione della disoccupazione si accompagna a un ampio ricorso a varie forme di orario ridotto, non solo casse integrazioni, pure in calo, ma anche l’ampia presenza di part time spesso involontario. Si è modificato il concetto di disoccupazione. Inoltre, permangono disparità nelle opportunità di lavoro, soprattutto per le donne, ancora troppo penalizzate. La ripresa occupazionale ha avvantaggiato relativamente i lavoratori più giovani, ma con andamenti distinti a seconda dei livelli di istruzione, a favore dei soggetti con alti livelli di scolarizzazione (anche per il contributo del lavoro a distanza che avvantaggia le categorie più istruite), mentre le donne restano ancora penalizzate. Dopo aver recuperato già nella seconda metà del 2021 i livelli pre-crisi, il numero di occupati tra i 15 e i 34 anni nel secondo trimestre è aumentato del 3.8 per cento rispetto al quarto trimestre del 2019 (+196 mila in termini assoluti), un ritmo d’espansione quasi triplo di quello dell’occupazione totale (+0.5 per cento). Il tasso di occupazione dei più giovani ha così raggiunto il 44.2 per cento, valore che non si registrava dall’inizio del 2012”: si legge nel Rapporto.

Tiziano Treu

“Il mercato del lavoro sta comunque mostrando una sostanziale tenuta, con il numero di occupati che si mantiene sopra i 23 milioni. Nel secondo trimestre l’aumento su base annua è stato del 2.8 per cento (+637 mila persone) il livello dell’occupazione è così ritornato sui valori antecedenti la pandemia. Cala, dunque, la disoccupazione ma il fenomeno del mismatch tra domanda e offerta è preoccupante. Nei primi nove mesi dell’anno in corso, su quasi 420 mila nuove assunzioni mediamente previste, 170 mila (il 40.3 per cento) risultano di difficile reperimento; nello stesso periodo del 2019, tale quota si attestava al 28.2 per cento. Le pressioni inflazionistiche, inoltre, stanno avendo un impatto significativo sul potere d’acquisto dei salari. I lavoratori italiani stanno cioè sostenendo un costo sproporzionato a causa degli aumenti dei prezzi”: si legge ancora nel Rapporto 2022 del CNEL sul mercato del lavoro.

Il paradosso del 2022: cala la disoccupazione aumentano le vacancies
Da ormai quasi un decennio la popolazione italiana sta diminuendo e ciò vale anche per il segmento specifico della popolazione in età lavorativa (15-64 anni), sceso attualmente sotto i 37.5 milioni di residenti (all’inizio dello scorso decennio superava i 39 milioni). Di conseguenza il miglioramento degli indicatori è esito non solo della crescita al numeratore degli attivi o degli occupati ma anche del
calo del denominatore.
Il crollo della popolazione in età lavorativa è dovuto principalmente al saldo negativo tra le persone che compiono 15 anni e quelle che ne compiono 65, causato dal calo delle nascite registrato nell’ultimo mezzo secolo e dal contemporaneo invecchiamento dei baby-boomers, che stanno raggiungendo l‘età per andare in pensione. Negli ultimi vent’anni l’impatto del calo demografico sull’offerta di lavoro era stato in parte compensato dall’aumento della partecipazione al mercato del lavoro, in particolare delle donne.
Le più gravi criticità relative all’incontro fra domanda e offerta si manifesteranno per le professioni tecniche legate alla transizione digitale e per professioni di difficile reperimento nei settori della sanità e dei servizi sociali.
Si stima che tra il 2022 e il 2026 il mercato del lavoro italiano potrà avere bisogno di 4,1-4,6 milioni di occupati grazie dal PNRR. Rispetto alle professionalità richieste dalle imprese e dalla PA, oltre il 60% del fabbisogno nel quinquennio riguarderà il possesso di competenze green con importanza almeno ‘intermedia’ (oltre 2,4 milioni di lavoratori) e con importanza ‘elevata’ circa il 37% del totale (poco meno di un milione e mezzo di unità). Il mercato del lavoro sarà dunque investito da una profonda trasformazione in chiave di sostenibilità, coinvolgendo in maniera trasversale i settori e le professioni. In tale quadro, le maggiori criticità relative all’incontro tra domanda e offerta si
manifesteranno in un ventaglio di professionalità caratterizzate da un elevato grado di difficoltà di reperimento: medici, infermieri, fisioterapisti, professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali, che saranno essenziali per la riorganizzazione e implementazione della rete di assistenza sanitaria territoriale, tra gli obiettivi della missione Salute del PNRR.
Analoga difficoltà si prevede anche per professioni cruciali per gli avanzamenti nei processi di innovazione tecnologica e transizione digitale, quali specialisti in scienze matematiche e informatiche, tecnici ICT, ingegneri e tecnici in campo ingegneristico. Per queste figure si può
ipotizzare che – se non aumenterà l’offerta – cresceranno le criticità nel loro reperimento nel mercato del lavoro (critical mismatch), e si potranno verificare dei rallentamenti nell’implementazione delle missioni del PNRR per la mancanza della forza lavoro.

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Lavoro autonomo
In Italia, il numero dei lavoratori autonomi liberi professionisti si è attestato su 1 milione e 430 mila unità nel 2018, con un aumento di circa 280 mila professionisti indipendenti nell’arco di un decennio. La crescita in termini numerici del comparto professionale traina anche la quota di prodotto interno lordo ascrivibile al settore, che è pari al 12,2% del Pil nazionale Il modello di welfare e protezione sociale sviluppatosi in Europa nel corso del Novecento presenta incongruenze e squilibri rispetto ad una realtà sociale profondamente mutata. Una consapevolezza che la pandemia e la crisi economica che ne è derivata hanno reso ancora più evidente, mettendone a nudo i limiti strutturali derivanti
dall’esclusione dalle tutele ordinarie di una platea vastissima di lavoratori, costringendo lo stato ad interventi di carattere straordinario che hanno gravato pesantemente sulla finanza pubblica.

Immigrati
La quota di immigrati sul totale della forza lavoro di età compresa tra 25 e 55 anni è passata dall’11% del 2009 al 16% del 2020. Gli immigrati hanno tassi di occupazione, disoccupazione e inattività non molto lontani da quelli degli italiani. Tra gli uomini la disoccupazione riguarda il 7,5% degli italiani e l’11,3% degli stranieri. Per le donne la differenza è simile: sono in cerca di un’occupazione il 7% delle italiane e il 10% delle donne immigrate. Un dato negativo riguarda invece l’inattività che, come è noto, è particolarmente elevata tra le donne, sia italiane (35%) sia straniere (40%). Gli immigrati che lavorano tendono a concentrarsi nei contesti economico-sociali più dinamici, dove l’occupazione è più elevata anche per gli italiani.
L’elevata occupabilità degli immigrati è in larga parte riconducibile all’ampia richiesta di lavoro flessibile, poco qualificato, e a basso costo, che contraddistingue il mercato del lavoro italiano. Ne consegue un’elevata concentrazione dei lavoratori stranieri in specifici settori occupazionali, fino a creare delle nicchie di specializzazione – se non una vera e propria etnicizzazione – nelle aree del mercato del lavoro che si caratterizzano per una maggiore richiesta di lavoro scarsamente qualificato. Gli immigrati uomini si concentrano soprattutto nel settore agricolo (+4,2 punti percentuali rispetto agli italiani), in quello edile (+10,2 punti percentuali) e nel settore alberghiero e della ristorazione (+3,9 punti percentuali). Le donne straniere sono invece più presenti nel settore alberghiero e della ristorazione (+6,7%) e, soprattutto, in quello dell’assistenza domestica e di cura della persona. La quota di immigrate occupate nel settore della cura è il 42,7% del totale, mentre tra le italiane tale quota è pari al 7,3%, con una differenza di ben 35,5 punti percentuali