(Sesto Potere) – Milano, 10 maggio 2022 – «Il Covid-19 ha imposto svariati cambi di passo alle aziende, e di certo la gestione delle risorse umane non fa eccezioni. Anzi, è forse proprio nella gestione e nella selezione dei talenti che il mondo del lavoro è cambiato maggiormente con l’emergenza sanitaria», spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera.

Quando si pensa alle rivoluzioni portate o accelerate dal Covid-19 si pensa immediatamente allo smart working.

«Certo, il lavoro agile è qualcosa che era già pronto a diffondersi, ma che con la pandemia ha conosciuto un’enorme accelerazione, espandendosi con un ritmo che mai sarebbe stato possibile in situazioni normali. Ma se dapprima lo smart working è stato calato dall’alto e interpretato in modo emergenziale come lavoro da remoto, oggi invece è nel mirino di tante aziende e di tantissimi professionisti, nella sua accezione più originale nonché permanente» spiega l’head hunter, che ha seguito da vicino, e per questo conosce molto bene i cambiamenti del mondo del lavoro dell’ultimo biennio.

centro per l’impiego

Mentre il mondo del lavoro sta vivendo la contro-migrazione verso gli uffici al rientrare dell’emergenza sanitaria, quindi, si allarga il fronte dei lavoratori desiderosi di mantenere lo smart working nella propria vita professionale: «è ormai normale, nei colloqui conoscitivi, incontrare professionisti dei più diversi settori e con le più differenti esperienze professionali porre come prerequisito fondamentale la possibilità di lavorare in smart working. Nello specifico, la maggior parte dei candidati punta a uno o due giorni di lavoro in agilità alla settimana, per meglio equilibrare sfera professionale e personale».

Non si parla però solo di smart working: la pandemia ha cambiato in modo diretto e indiretto anche altri aspetti del mondo del lavoro.

«Da una parte il Covid-19 ha portato le aziende a cercare qualcosa di diverso nei propri nuovi assunti, con la consapevolezza di vivere in uno scenario in cui la situazione lavorativa può cambiare da un momento e l’altro: per questo cerchiamo con maggiore frequenza agilità e flessibilità mentale. Dall’altra la pandemia ha portato i dipendenti a focalizzarsi maggiormente sull’importanza del proprio benessere fisico e psicologico. In generale, le persone sono meno disposte a fare dei compromessi su questi aspetti, e il significativo aumento di dimissioni volontarie che hanno avuto luogo anche in Italia lo dimostra».

A dimostrare che la Great Resignation non è unicamente un fenomeno americano c’è per esempio una recente indagine Aidp, l’Associazione italiana per la direzione del personale, effettuata su 850 rispondenti tra direttori del personale e aziende, la quale dice che il 75% delle aziende italiane ha già avuto a che fare con un aumento delle dimissioni volontarie, in particolar modo per quanto riguarda le aree di informatica, marketing e produzione.

«L’aumento delle dimissioni è in linea con la volontà via via più forte dei dipendenti di avere un lavoro quanto più possibile ideale: si mira a posti in cui sia possibile fare davvero la differenza, in cui ci si possa sentire un elemento integrante e indispensabile», continua la Adami.

Come spiega l’head hunter, nel caso dei lavoratori più giovani ci sono ulteriori aspetti da prendere in considerazione: «per i Millennial è particolarmente importante il tema della formazione continua in azienda, con la possibilità di crescere, di imparare e di fare carriera, che finisce per superare per importanza il fattore stipendio. Non va poi sottovalutato il fatto che i giovani sono sempre meno disposti a lavorare per realtà che non rispecchiano i loro valori: anche questo punto deve essere tenuto in grande considerazione per non vedere calare inesorabilmente le candidature in risposta ai propri annunci di lavoro».