(Sesto Potere) – Cesena – 10 dicembre 2021 – A seguire pubblichiamo una nota del Consiglio pastorale diocesano e del Consiglio diocesano delle aggregazioni laicali di Cesena che – in quanto cittadini impegnati in ambito ecclesiale e sociale – desiderano mettere in evidenza quello che considerano: “un fatto grave” “passato sotto silenzio” “le cui conseguenze sono attuali e lo saranno anche in futuro”.

Il 30 luglio scorso il Consiglio comunale di Cesena ha approvato la mozione di indirizzo politico con la quale il Comune di Cesena ha aderito alla rete “Re.a.dy” , Rete anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere, una Rete tra Regioni, Province e Comuni (e loro Associazioni e Istituzioni) volta a promuovere l’agenda Lgbt nel paese, con azioni orientative delle politiche a favore delle persone Lgbt, informative e formative per il personale dipendente degli enti partecipanti, per il personale impegnato in campo educativo, scolastico, socio-assistenziale e sanitario, per il mondo produttivo sui temi del diritto del lavoro delle persone omosessuali e transessuali, e organizzando giornate tematiche ed eventi diffusi sul territorio.

“Ci preoccupano – scrivono i due organismi della Diocesi le prassi definite “buone” che l’Amministrazione comunale di Cesena dovrà “impartire” ai cittadini, oltre al sostegno e all’adesione agli eventi Gay Pride, come la promozione di “progetti nelle scuole sull’identità di genere”. Con tale adesione ci pare che il Comune, nei contenuti, cerchi di ottenere gli effetti che si sarebbero raggiunti con il cosiddetto Ddl Zan, imponendo a livello amministrativo quanto non ottenuto a livello nazionale.

gaypride

In merito allo stesso Disegno di legge la presidenza della Cei aveva già espresso perplessità sul testo con due note diffuse il 10 giugno 2020 e il 28 aprile 2021. Anche il nostro vescovo era intervenuto il 15 maggio scorso nella Lettera alla comunità diocesana, Per amore del mio popolo, ritenendo il testo fonte di perplessità e dubbi poiché volto a creare confusione antropologica, a partire dall’annullamento della differenza e complementarietà sessuale, della reciprocità uomo-donna su cui si fondano la famiglia e l’educazione a vantaggio di un’autopercezione individuale.

La rete “Re.a.dy” riprende e pubblicizza definizioni contenute nel testo del Ddl Zan condividendo un’impostazione che riteniamo lesiva della libertà costituzionale di opinione e di espressione del pensiero per chi non si riconosce in quelle definizioni: col pretesto di promuovere la non discriminazione per le persone omosessuali, già tutelate anche a livello costituzionale come qualsiasi altra persona, si finirebbe per perseguire l’imposizione di un pensiero unico nella scuola, nel mondo del lavoro e nella società, su identità di genere e orientamento sessuale esponendo alla possibile accusa di omotransfobia, in violazione dell’art. 21 della Costituzione.

Ci preoccupa la scelta di adesione alla rete “Re.a.dy” poiché di fatto favorirà la propaganda di teorie, come quella del gender, già definite da papa Francesco come “colonizzazione ideologica dei piccoli e dei giovani”. Teorie che si propongono implicitamente di voler distruggere la diversità e la distinzione. Tutto ciò in violazione della libertà di educazione della famiglia, come previsto dall’art. 30 della Costituzione.

Riteniamo che gli impegni previsti nell’adesione alla rete, favorendo la cultura di indistinzione tra maschio e femmina e l’irrilevanza di padre e madre, portino a un indebolimento della famiglia, comunità naturale in cui si sperimenta la socialità umana e che contribuisce in modo unico e insostituibile al bene e al proseguimento della società.

La vicenda dell’adesione alla rete “Re.a.dy” e il Disegno di legge Zan, ma anche il dibattito in atto sull’eutanasia, ci spingono a chiedere a chi si impegna direttamente in politica una chiarezza su chi sia l’uomo come punto di partenza per un servizio veramente rivolto al bene comune. Preoccupati per un’oggettiva discriminazione nei confronti dei progetti e delle iniziative in ambito educativo che presentino un’impostazione antropologica e culturale diversa rispetto a quanto previsto fra gli impegni della rete “Re.a.dy”, chiediamo ai politici di qualsiasi schieramento di vigilare su questo e di essere attenti alle eventuali segnalazioni che in tal senso provenissero da tutta la società civile, dall’associazionismo e dalle organizzazioni cattoliche. Desideriamo infine che tutta la comunità cristiana comprenda tale urgenza antropologica e, consapevole di questo, testimoni e promuova sempre un’immagine di uomo e di donna che, solo se rispettosa del disegno di Dio, ne consentirà la piena realizzazione umana”: conclude la nota del Consiglio pastorale diocesano e del Consiglio diocesano delle aggregazioni laicali di Cesena.