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	<title>Economia &#8211; Sestopotere</title>
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	<title>Economia &#8211; Sestopotere</title>
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		<title>Vendite: Confesercenti, consumi al palo, l’e-commerce continua a ‘mangiarsi pezzi’ di commercio di prossimità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2026 16:45:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 5 novembre 2028 &#8211; Nel terzo trimestre 2026, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio vedono un calo in valore (-0,3%) e in volume (-0,5%). La diminuzione riguarda sia le vendite dei beni alimentari (-0,3% in valore e -0,5% in volume) sia quelle dei beni non alimentari (-0,2% in valore [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 5 novembre 2028 &#8211; Nel terzo trimestre 2026, in termini congiunturali, le vendite al dettaglio vedono un calo in valore (-0,3%) e in volume (-0,5%). La diminuzione riguarda sia le vendite dei beni alimentari (-0,3% in valore e -0,5% in volume) sia quelle dei beni non alimentari (-0,2% in valore e -0,6% in volume). <br>Su base tendenziale, a settembre 2026,&nbsp;per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive in valore per quasi tutti i gruppi di prodotti ad eccezione di Abbigliamento e pellicceria (-0,6%). Lo riporta l&#8217;Istat.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consumi al palo, commercio di prossimità sempre più in difficoltà. I dati Istat sulle vendite al dettaglio di settembre confermano la debolezza della domanda e il progressivo spostamento degli acquisti dai negozi tradizionali verso le piattaforme online. Nel complesso, le vendite risultano stazionarie in volume rispetto ad agosto e in lieve flessione (-0,1%) rispetto a settembre 2025, mentre nei primi nove mesi dell’anno la crescita si ferma ad appena lo 0,4%. Un risultato già modesto, sostenuto soprattutto dall’espansione del commercio elettronico, senza il cui contributo il bilancio sarebbe decisamente più negativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così Confesercenti sui dati diffusi oggi dall’Istituto di statistica sulle <strong>vendite retail</strong> di settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A preoccupare è soprattutto il divario crescente tra i canali distributivi. Mentre la grande distribuzione mantiene sostanzialmente le proprie posizioni, con un aumento dei volumi dello 0,6% nei primi nove mesi dell’anno, le piccole superfici continuano a perdere terreno: a settembre registrano una flessione dell’1,2% rispetto allo stesso mese del 2025, che porta il bilancio dei primi nove mesi a -0,8%. Una dinamica ormai strutturale, che segnala la progressiva erosione delle quote di mercato del commercio di prossimità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di segno opposto l’andamento dell’e-commerce, che continua a guadagnare terreno: a settembre le vendite online crescono del 7,1% in volume rispetto a un anno prima, mentre nel periodo gennaio-settembre l’incremento supera il 10%. Un’espansione che procede a ritmi nettamente superiori a quelli del mercato e che accentua le difficoltà della rete distributiva tradizionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul quadro pesa anche la pressione dell’inflazione, che continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e a comprimere i consumi. Il risultato è un mercato sostanzialmente fermo, nel quale la crescita di un canale distributivo si accompagna all’arretramento degli altri, soprattutto dei negozi di minori dimensioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per invertire la tendenza serve una scelta politica chiara. Occorre sostenere la capacità di spesa delle famiglie e riportare il commercio di prossimità al centro delle politiche economiche e territoriali, garantendo condizioni di concorrenza eque, anche sul piano fiscale, tra negozi e grandi piattaforme digitali. Governo e Parlamento devono dare risposte concrete a un settore che rappresenta un presidio economico e sociale essenziale: difendere la rete delle attività di prossimità significa contrastare la desertificazione commerciale e salvaguardare la vitalità dei quartieri, delle città e dei piccoli comuni.</p>
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		<title>Infermieri sotto pressione, aumentano i rischi per i pazienti. Studio italiano su 25 ospedali e oltre 21mila pazienti</title>
		<link>https://sestopotere.com/infermieri-sotto-pressione-aumentano-i-rischi-per-i-pazienti-studio-italiano-su-25-ospedali-e-oltre-21mila-pazienti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2026 09:07:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia-Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì - Cesena]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 5 novembre 2026 &#8211; Più cresce il carico di lavoro degli infermieri, più aumentano i rischi per i pazienti. Cadute, lesioni da pressione e decessi sono tra gli eventi clinici significativamente associati a una maggiore pressione assistenziale. È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico italiano pubblicato sul Journal of [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 5 novembre 2026 &#8211; Più cresce il carico di lavoro degli infermieri, più aumentano i rischi per i pazienti. Cadute, lesioni da pressione e decessi sono tra gli eventi clinici significativamente associati a una maggiore pressione assistenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È quanto emerge da un nuovo studio multicentrico italiano pubblicato sul <em>Journal of Advanced Nursing</em>, online dal 24 febbraio 2026 e inserito nel fascicolo di ottobre della rivista scientifica internazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca ha coinvolto <strong>2.349 infermieri, 158 reparti e 25 ospedali italiani</strong>, con l&#8217;analisi degli esiti assistenziali di <strong>21.044 pazienti</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato centrale è che <strong>nei reparti con maggiore carico di lavoro infermieristico emergono indicatori più elevati di cadute, lesioni da pressione e mortalità</strong>. Lo studio evidenzia inoltre il ruolo dell&#8217;organizzazione e della leadership infermieristica nel contenimento dei carichi e nella sicurezza delle cure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quadro rafforza quanto già delineato da una precedente ricerca italiana, <strong>condotta da ricercatori dell’Università degli Studi di Genova in collaborazione con istituzioni accademiche internazionali</strong>, pubblicata nel maggio 2024 sulla rivista scientifica <em>Health Policy</em>, su <strong>37.494 pazienti, 1.046 infermieri e 15 ospedali</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo studio rileva che <strong>un aumento di dieci punti percentuali dell&#8217;intenzione degli infermieri di lasciare il lavoro è associato a un incremento del 14% della probabilità di mortalità ospedaliera</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Inoltre, <strong>un paziente in più per infermiere è associato a un aumento del 3,4% della probabilità di mortalità durante il ricovero</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma quanto sono realmente scoperti gli organici negli ospedali italiani?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una <strong>indagine FADOI del marzo 2026, condotta su 269 dipartimenti ospedalieri di Medicina interna</strong>, fotografa una situazione preoccupante: <strong>manca in media il 22% del personale infermieristico necessario e nel 18% delle strutture esaminate la carenza supera il 30%</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È un dato che assume un significato ancora più importante alla luce delle ricerche scientifiche sugli effetti del sovraccarico assistenziale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Questi risultati – dichiara <strong>Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up</strong> – devono far riflettere profondamente chi governa la sanità italiana. Non stiamo parlando soltanto di infermieri sotto pressione, ma di pazienti la cui sicurezza è legata anche alle condizioni nelle quali i professionisti sono chiamati a lavorare. Un infermiere deve poter sorvegliare, valutare, assistere e intervenire tempestivamente. Quando i carichi diventano eccessivi, non possiamo pretendere che competenza, responsabilità e spirito di sacrificio compensino indefinitamente le carenze organizzative. La sicurezza delle cure non può essere affidata alla capacità dei singoli professionisti di sopportare pressioni sempre maggiori».</p>



<p class="wp-block-paragraph">E incalza, ancora De Palma:  «In reparti che assistono pazienti sempre più anziani, fragili e complessi, arriviamo a registrare carenze infermieristiche superiori al 30%. E nello stesso momento la ricerca scientifica ci mostra che la pressione assistenziale è collegata a eventi che incidono sulla sicurezza dei malati. Il sovraccarico non può essere considerato la normalità del lavoro ospedaliero. La carenza di infermieri non è soltanto un&#8217;emergenza occupazionale: riguarda direttamente la qualità dell&#8217;assistenza e la protezione dei cittadini».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel nostro Paese la carenza è di <strong>circa 175mila infermieri rispetto agli standard europei</strong>. Il rapporto <em>Italy: Country Health Profile 2025</em>, pubblicato dall&#8217;<strong>OCSE e dall&#8217;Osservatorio europeo sui sistemi e sulle politiche sanitarie</strong>, indica <strong>6,9 infermieri praticanti ogni mille abitanti in Italia, contro una media europea di 8,4</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A rendere ancora più difficile la ricostruzione degli organici intervengono il divario retributivo e gli investimenti insufficienti nella sanità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo il rapporto <strong>OCSE Health at a Glance 2025</strong>, gli infermieri ospedalieri italiani percepiscono una retribuzione media annua equivalente a <strong>48mila dollari a parità di potere d&#8217;acquisto, contro i 61mila della media OCSE</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto evidenzia inoltre che in Italia gli infermieri guadagnano mediamente meno del lavoratore medio nazionale, mentre nell&#8217;insieme dei Paesi OCSE la remunerazione degli infermieri ospedalieri supera mediamente del 20% il salario medio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la spesa sanitaria resta distante dagli standard europei. Secondo <em>Italy: Country Health Profile 2025</em>, nel 2023 l&#8217;Italia destina alla sanità <strong>l&#8217;8,4% del PIL, contro il 10% della media UE</strong>, con un divario di <strong>1,6 punti percentuali</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Questi numeri raccontano una contraddizione che non possiamo più accettare – sottolinea De Palma –. Abbiamo bisogno di più infermieri, ma continuiamo a riconoscere loro retribuzioni lontane da quelle di numerosi colleghi europei, mentre il nostro Paese investe nella sanità meno della media dell&#8217;Unione».</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<item>
		<title>Frodi bancarie, in Italia il 76% degli intervistati segnala perdite superiori a 10 milioni di dollari l’anno</title>
		<link>https://sestopotere.com/frodi-bancarie-in-italia-il-76-degli-intervistati-segnala-perdite-superiori-a-10-milioni-di-dollari-lanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2026 08:55:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Top News]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Milano &#8211; 5 novembre 2026 – Una nuova indagine condotta su 100 responsabili delle funzioni antifrode, antiriciclaggio (AML) e compliance delle banche italiane rivela che il 68% degli intervistati segnala un aumento delle perdite legate alle frodi all&#8217;interno del proprio istituto, con il 21% che definisce tale incremento &#8220;significativo&#8221;. Oltre tre quarti [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>(</strong>Sesto Potere) &#8211; Milano &#8211; 5 novembre 2026 – Una nuova indagine condotta su 100 responsabili delle funzioni antifrode, antiriciclaggio (AML) e compliance delle banche italiane rivela che il 68% degli intervistati segnala un aumento delle perdite legate alle frodi all&#8217;interno del proprio istituto, con il 21% che definisce tale incremento &#8220;significativo&#8221;. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre tre quarti degli intervistati (76%) dichiara che la propria organizzazione registra perdite annue per frodi superiori a 10 milioni di dollari. Si tratta di un dato superiore di 25 punti percentuali alla media globale e della percentuale più alta tra i 17 Paesi coinvolti nell&#8217;indagine.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Una significativa maggioranza (78%) dei responsabili bancari italiani intervistati ritiene che i bonifici nell&#8217;Area unica dei pagamenti in euro (SEPA) aumenteranno il rischio di frode per il proprio istituto”,</em> ha dichiarato <strong>Thomas Peacock, Director of Global Fraud Intelligence di BioCatch</strong> (*). <em>“Questa convinzione è pressoché unanime tra i dirigenti di livello C-suite coinvolti nell&#8217;indagine. Con la PSD3 destinata a introdurre nuovi obblighi di rimborso delle vittime di truffa a carico delle banche, qualsiasi aumento del rischio di frode legato ai bonifici SEPA potrebbe avere ripercussioni anche sui risultati economici degli istituti”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quasi tre quarti degli intervistati (73%) afferma che il proprio istituto sta già pianificando o implementando modifiche alle politiche interne di rimborso per prepararsi alla PSD3. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rimborso volontario delle vittime di truffa risulta inoltre più diffuso tra le banche italiane rispetto ad altri Paesi: due terzi degli intervistati dichiarano che il proprio istituto rimborsa già oltre la metà delle vittime di truffa. Si tratta di una percentuale superiore di 22 punti percentuali alla media globale e tra le più elevate dei Paesi analizzati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tra le altre principali evidenze dell&#8217;indagine emergono:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">· <strong>Le truffe tra le principali minacce:</strong> oltre la metà degli intervistati (53%) identifica le truffe basate sull&#8217;ingegneria sociale tra le tre principali minacce per il proprio istituto, mentre il 18% le considera il rischio numero uno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">· <strong>Le truffe si diffondono attraverso i dispositivi mobili:</strong> in Italia, i canali più comuni da cui hanno origine le truffe sono tutti legati al mondo mobile. I responsabili bancari italiani identificano le applicazioni di messaggistica (54%), i social media (48%) e le altre applicazioni per smartphone (47%) come le minacce più rilevanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">· <strong>Le indagini antifrode richiedono tempi lunghi:</strong> ben il 91% degli intervistati dichiara che le indagini sulle frodi richiedono più di un giorno per essere completate, mentre quasi un terzo segnala tempi di indagine superiori ai due giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">(*) <em>BioCatch, azienda specializzata nella prevenzione delle frodi e della criminalità finanziaria attraverso l&#8217;analisi dei comportamenti umani, ha commissionato questa indagine e altre 11 ricerche, coinvolgendo complessivamente 1.200 responsabili bancari in 17 Paesi. Tutti gli intervistati ricoprono posizioni manageriali o superiori e operano nelle funzioni dedicate alla prevenzione delle frodi o al contrasto della criminalità finanziaria dei rispettivi istituti.</em></p>
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		<item>
		<title>Aziende a caccia di laureati, mismatch tra domanda e offerta di lavoro: focus di Fondazione studi consulenti del lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 15:47:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia-Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Top News]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma, 30 ottobre 2026 &#8211; Giovani laureati cercasi. Nonostante il numero complessivo di chi dispone di un’istruzione universitaria sia in decisa crescita negli ultimi anni, i profili STEM sono sempre più introvabili. Un fenomeno che va di pari passo con tempi lunghi di inserimento lavorativo per altri percorsi, come quelli umanistici e [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma, 30 ottobre 2026 &#8211; Giovani laureati cercasi. Nonostante il numero complessivo di chi dispone di un’istruzione universitaria sia in decisa crescita negli ultimi anni, i profili STEM sono sempre più introvabili. Un fenomeno che va di pari passo con tempi lunghi di inserimento lavorativo per altri percorsi, come quelli umanistici e delle scienze sociali, dove il numero di laureati supera di gran lunga la domanda. Non solo, ci sono regioni italiane dove le difficoltà di reperimento di candidati in possesso di un titolo di istruzione terziaria sono molto elevate. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È il risultato del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, analizzato nell’ultimo focus di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: “Il<br>valore della formazione universitaria e le nuove sfide del lavoro”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla base delle difficoltà delle aziende a reperire i profili, e di alcuni giovani a inserirsi nel mondo del lavoro, ci sono fattori diversi. Certamente l’indirizzo scelto è tra questi. Se la percentuale di difficoltà di reperimento di laureati a livello nazionale è cresciuta dal 35,2% del 2019 al 51% del 2025, il dato non è omogeneo. Si arriva infatti al 72,8% per le posizioni che richiedono una laurea chimico-farmaceutica, al 70,8% per l’indirizzo sanitario e paramedico, al 65,7% per gli ingegneri industriali e al 62,5% per matematici, fisici e informatici. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per altri profili, invece, si scende a percentuali ben sotto la media, fino ad arrivare al 37,6% per quello umanistico, filosofico, storico e<br>artistico. </p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro, inevitabilmente, i laureati per i quali la domanda eccede l’offerta sono destinati a sperimentare percorsi di inserimento lavorativo più lunghi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la dimensione territoriale ha, però, un peso importante: sistemi produttivi diversi, presenza e specializzazione degli atenei, mobilità dei laureati e capacità di offrire opportunità professionali attrattive portano alcuni territori a esperire particolari difficoltà nel colmare la richiesta di laureati da parte delle imprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo le elaborazioni di Fondazione Studi Consulenti del Lavoro tra le regioni nelle quali si prevedono maggiori problemi spiccano la Valle d’Aosta (con il 64,8% di entrate di universitari di difficile reperimento), il Trentino Alto Adige (64,5%) e il Friuli Venezia Giulia (60%). E poi: Umbria con  55,1% di difficile reperimento, Veneto  54,5%, Marche   54,2%, Liguria  53,6%, Molise 53,4%, Emilia-Romagna  con il 50,4% e Toscana  50,4%. <br>Un fenomeno complesso, che non si spiega con una maggiore richiesta di profili con istruzione terziaria. <br>Infatti, in altri territori con una domanda più alta di laureati sul totale – come Lombardia (22% di laureati sul totale entrate previste), Lazio (19,6%) ma anche Sicilia (19%) e Campania (18,4%) – le difficoltà di reperimento sono ben sotto il 50%. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche l&#8217;analisi provinciale conferma la forte concentrazione territoriale della domanda di lavoro qualificato. Nel 2025 le richieste più elevate di laureati si registrano a Milano (23,5%), che presenta un&#8217;incidenza più che doppia rispetto alla media nazionale, seguita da Pavia (18,1%), Roma (17,4%), Torino (16,8%), Varese (15%) e Bologna (14,9%).  All&#8217;estremo opposto si collocano Grosseto (4,1%), Ragusa (5,4%), Matera (5,6%), Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola (5,7%), dove le assunzioni previste risultano maggiormente orientate verso qualifiche professionali e livelli di istruzione non universitari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le differenze sono significative anche all&#8217;interno delle regioni. In Lombardia, Milano raggiunge il 23,5%, mentre Sondrio si ferma al 5,7%, mostrando come la forte domanda espressa dal principale polo economico regionale non rappresenti necessariamente le caratteristiche degli<br>altri mercati provinciali. Un contrasto altrettanto interessante emerge in Sicilia, dove Palermo (13,7%) e Catania (12,2%) superano la media nazionale, mentre Ragusa si attesta al 5,4%. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dato evidenzia come anche nel Mezzogiorno esistano poli caratterizzati da una domanda relativamente elevata di competenze universitarie, accanto a territori nei quali prevalgono fabbisogni professionali differenti. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante ciò la laurea resta un elemento premiante nel mercato del lavoro italiano, che negli ultimi dieci anni ha visto crescere dell’11% i laureati nella fascia d’età 25-34 anni, a quota 1 milione 918 mila. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tasso di occupazione (20-64 anni) di chi possiede una laurea è dell’82,8%, contro il 68,6% del diploma e il 55,7% di quanti possiedono al massimo una licenza media. E sono proprio le fasce più deboli ad avvantaggiarsi maggiormente di un titolo universitario: le donne e i giovani del Sud. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per le prime il tasso di occupazione è superiore all’80%, contro il 58,6% delle diplomate, mentre per i secondi si arriva al 60%, con un balzo di quasi il 12% rispetto al 2019.</p>
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		<title>Si pagano più tasse a: Milano, Roma, Monza, Bolzano e Bologna</title>
		<link>https://sestopotere.com/si-pagano-piu-tasse-a-milano-roma-monza-bolzano-e-bologna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 09:30:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Mestre &#8211; 29 ottobre 2026 &#8211; A Milano si pagano più tasse che in qualsiasi altra parte d’Italia. Nel 2024 ogni contribuente della Città Metropolitana lombarda ha versato in media 9.066 euro di Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Un importo che supera di oltre 1.500 euro quello di Roma, seconda [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Mestre &#8211; 29 ottobre 2026 &#8211; A Milano si pagano più tasse che in qualsiasi altra parte d’Italia. Nel 2024 ogni contribuente della Città Metropolitana lombarda ha versato in media 9.066 euro di Irpef, l’imposta sul reddito delle persone fisiche. Un importo che supera di oltre 1.500 euro quello di Roma, seconda in classifica con 7.536 euro. Dietro alla Capitale si piazzano Monza/Brianza con 7.100 euro, Bolzano con 6.975 e <strong>Bologna con 6.846</strong>. La media nazionale si è attestata a 5.788 euro. <br>A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA di Mestre.<strong> </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Perché si paga di più proprio in queste città?</strong> <br>La risposta sta nella progressività del nostro sistema fiscale: più alto è il reddito, <br>maggiore è l’aliquota applicata. Per questo le aree con il prelievo più pesante sono, in linea di massima, anche quelle in cui si guadagna di più. <br>I dati sul reddito complessivo medio dichiarato lo confermano. <br>In cima alla classifica delle province italiane c’è la Città Metropolitana di Milano, con 34.803 euro. Seguono<strong> Bologna con 30.686</strong>, Monza-Brianza con 30.578, Lecco con 29.906, Bolzano con 29.846, <strong>Parma con 29.771</strong> e Roma con 28.643. Sono praticamente le stesse realtà che occupano le prime posizioni anche nella graduatoria dell’Irpef pagata. C’è poi un ultimo aspetto da considerare: chi paga di più, di solito può contare anche su servizi pubblici più numerosi e tendenzialmente di migliore qualità, dai trasporti alle infrastrutture sociali, dall’istruzione alla cultura, fino allo sport e al tempo libero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quasi 43 milioni di contribuenti Irpef</strong> <br>Sono quasi 43 milioni gli italiani che ogni anno versano l’Irpef. A reggere il peso maggiore del sistema sono i lavoratori dipendenti, che con 24,1 milioni rappresentano la fetta più consistente, seguiti da 14,5 milioni di pensionati. Più defilate le partite Iva, poco più di 1,6 milioni, un dato che però non include gli autonomi a cui si applica la flat tax, che seguono regole fiscali diverse. Sulla mappa del Paese, è la Capitale a primeggiare: la Città Metropolitana di Roma conta da sola 3 milioni di contribuenti. Alle sue spalle c’è Milano con 2,5 milioni, mentre il podio è chiuso da Napoli, che si ferma a 1,7 milioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Meno tasse al Sud</strong><br>Tra le province meno tartassate del Paese scorgiamo Crotone con un’Irpef media versata da ciascun contribuente pari a 3.867 euro, Vibo<br>Valentia con 3.836, Sud Sardegna con 3.743 e Ragusa con 3.689.<br>Anche in questo caso, vale il ragionamento fatto più sopra. Le province dove si paga meno sono anche quelle dove il livello di reddito è più<br>basso del Paese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il peso del fisco è in aumento</strong><br>Quest&#8217;anno la pressione fiscale in Italia dovrebbe attestarsi al 43 per cento, in lieve aumento rispetto al 42,9 registrato nel 2025. Il trend è in crescita dal 2024 e il dato del 2026 è il più elevato degli ultimi 10 anni . Ma cosa è successo dall’inizio di questa legislatura? Nel 2022, anno che precede l’avvento del Governo guidato da Giorgia Meloni, la pressione fiscale era pari al 41,6 per cento, cioè 1,4 punti in meno rispetto a quella prevista per quest&#8217;anno. Questo significa che le famiglie e le micro imprese hanno pagato più tasse? Non necessariamente. Anzi, per queste categorie il peso fiscale si è ridotto di oltre 33 miliardi, grazie alle misure introdotte in questi ultimi quattro anni. Allora, come si spiega l’incremento della pressione fiscale? Un contributo importante lo hanno dato i nuovi occupati (per mezzo del versamento dell’Irpef e dei contributi previdenziali) che in questi ultimi quattro anni sono cresciuti complessivamente di 1,1 milioni di unità.<br>Inoltre, dall’analisi delle misure approvate dal governo Meloni, si evince che il maggiore contributo alla crescita del gettito è ascrivibile ad alcuni grandi soggetti economici, in particolare banche, compagnie assicurative e grandi imprese, che hanno visto crescere il loro carico<br>tributario.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I maggiori tagli introdotti dalle singole Leggi di Bilancio</strong><br>In estrema sintesi, ricordiamo che con la Legge di Bilancio 2023 i lavoratori dipendenti hanno potuto beneficiare per quell’anno di un<br>esonero parziale sui contributi previdenziali di 4,3 miliardi di euro. Con la Legge di Bilancio 2024, l’accorpamento del primo scaglione Irpef<br>(applicazione dell’aliquota del 23 per cento sino a 28mila euro), l’elevazione a 1.955 euro della detrazione da lavoro dipendente e le<br>riduzioni delle detrazioni in caso di redditi oltre i 50mila euro hanno permesso uno sconto fiscale che complessivamente ammonta a quasi<br>4,3 miliardi l’anno. <br>Ma la misura più significativa pari a 11 miliardi di euro presa sempre con la Finanziaria del 2024 ha premiato i dipendenti, grazie ad un esonero parziale sui contributi previdenziali a loro carico.<br>Con la Legge di Bilancio 2025, il taglio più importante introdotto in questi quattro anni di governo è avvenuto con la riduzione strutturale<br>delle aliquote Irpef da 4 a 3 per i dipendenti, pensionati e autonomi e da una serie di altre detrazioni sul reddito che hanno consentito uno<br>sgravio fiscale di ben 17,2 miliardi. <br>Infine, con la Legge di Bilancio 2026 la riduzione dell’aliquota relativa al secondo scaglione dal 35 al 33 per cento ha consentito a tutti i contribuenti Irpef una riduzione della tassazione pari a 2,9 miliardi.</p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="626" height="514" src="https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3.jpg" alt="" class="wp-image-318650" srcset="https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3.jpg 626w, https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3-300x246.jpg 300w, https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3-73x60.jpg 73w, https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3-182x149.jpg 182w, https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3-324x266.jpg 324w, https://sestopotere.com/wp-content/uploads/2026/10/tabella-3-438x360.jpg 438w" sizes="(max-width: 626px) 100vw, 626px" /></figure>
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		<title>Imprese, nel 3° trimestre: saldo a +18.403: il più alto dal 2021. In calo le società di persone. La classifica regionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 09:14:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia-Romagna]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma, 29 ottobre 2026 – Tra luglio e settembre 2026 il Registro delle imprese delle Camere di Commercio ha chiuso con un saldo di +18.403 imprese (+0,32%), il più alto dal 2021 e in crescita sulle +16.920 del 2025. A spingerlo sono le iscrizioni (62.788, +2,5%), mentre le cessazioni (44.385, al netto [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma, 29 ottobre 2026 – Tra luglio e settembre 2026 il Registro delle imprese delle Camere di Commercio ha chiuso con un saldo di <strong>+18.403 imprese</strong> (+0,32%), il più alto dal 2021 e in crescita sulle +16.920 del 2025. A spingerlo sono le iscrizioni (<strong>62.788</strong>, +2,5%), mentre le cessazioni (<strong>44.385</strong>, al netto delle cancellazioni d’ufficio) restano stabili. A fine settembre le imprese registrate sono <strong>5.828.620</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo rileva Movimprese, l&#8217;analisi trimestrale di <strong>Unioncamere</strong> e <strong>InfoCamere</strong>.  </p>



<p class="wp-block-paragraph">A sostenere la crescita sono soprattutto le <strong>società di capitali</strong>, che con un aumento di <strong>14.529 unità (+0,73%)</strong>, contribuiscono <strong>al 79% dell’aumento complessivo</strong> dello stock. Le ditte individuali crescono invece di 5.030, con un tasso di crescita dello 0,18% a fronte dello 0,12% del terzo trimestre 2025. Al contrario, le società di persone perdono 1.342 imprese, con un tasso di crescita del <strong>-0,17%</strong>, invariato rispetto allo stesso trimestre del 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Commercio (+1.486 imprese), agricoltura (+798) e manifattura (+123) chiudono il trimestre in terreno positivo, a fronte del sostanziale stallo fatto registrare nello stesso periodo del 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel complesso, diciotto dei diciannove principali settori chiudono in crescita. In valore assoluto il contributo maggiore arriva da costruzioni (+3.435), alloggio e ristorazione (+3.389) e attività professionali, scientifiche e tecniche (+2.863). Insieme, i tre settori fanno segnare 9.687 imprese in più, oltre la metà del saldo complessivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il ritmo di crescita più alto si registra però in comparti numericamente più piccoli. L&#8217;energia elettrica e il gas (+2,33%, pari a 364 imprese) e le attività finanziarie e assicurative (+1,49%, +2.281 imprese) guidano la graduatoria dei settori più dinamici. Seguono le attività editoriali e radiotelevisive (+1,17%) e quelle professionali, scientifiche e tecniche (+1,11%). </p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutto sono sette i settori che crescono a un ritmo superiore allo 0,9%, quasi il triplo del tasso complessivo (0,32%). Tra questi ci sono sanità e assistenza sociale (+0,97%), attività artistiche e sportive (+0,94%) e telecomunicazioni e informatica (+0,93%). L&#8217;unico segno negativo nel trimestre estivo è quello delle attività estrattive: 17 imprese in meno (-0,52%) su uno stock di 3.227 unità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel comparto artigiano il saldo del trimestre è positivo per <strong>1.401 imprese</strong>, ma il tasso di crescita scende allo <strong>0,11%</strong>, dal +0,15% del III trimestre 2025. La dinamica è sostenuta soprattutto dalle <strong>ditte individuali</strong>, che aumentano di 1.843 unità, e dalle società di capitali (+480), mentre le società di persone diminuiscono di 906 unità. A fine settembre le imprese artigiane registrate sono 1.225.910.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte le quattro macro-aree italiane registrano dinamiche positive. Il <strong>Mezzogiorno</strong> mette a segno il saldo più consistente, con <strong>6.521 imprese in più</strong> (+0,33%). <br>Stesso tasso di crescita anche per il <strong>Nord-Ovest</strong> che chiude il trimestre con 4.979 imprese; leggermente più sensibile la crescita del Centro (+0,34% pari a 4.114 imprese in più). <br>Meno dinamico (+0,25% ma in miglioramento rispetto al 2025) <strong>il Nord-Est</strong>, che aumenta il proprio stock di imprese di 2.789 unità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le regioni, la <strong>Lombardia</strong> registra il maggiore incremento in valore assoluto, con <strong>3.852 imprese in più</strong>, davanti al Lazio (+3.035) e alla Campania (+2.632). <br>Per nuove iscrizioni, dopo queste regioni, figurano: Veneto, Sicilia ed<strong> Emilia-Romagna</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per tasso di crescita spiccano: Valle d’Aosta (+0,55%) e, ancora, Lazio (+0,51%) e Campania (+0,46%). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le province, il saldo più consistente è quello di <strong>Roma (+2.521)</strong>, seguita da Milano (+1.981) e Napoli (+1.448). <br>Il tasso di crescita più alto è quello di Benevento (+0,60%), davanti a Roma (+0,57%) e Aosta (+0,55%). E poi in classifica: Napoli, Milano, Lecco, Brescia e<strong> Modena</strong>. </p>
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		<title>Più produttive, innovative e qualificate: ecco l’identikit delle imprese esportatrici italiane</title>
		<link>https://sestopotere.com/piu-produttive-innovative-e-qualificate-ecco-lidentikit-delle-imprese-esportatrici-italiane/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 09:01:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma, 28 ottobre 2026 – Le imprese italiane che esportano sono più produttive, investono maggiormente nell’innovazione e puntano di più sulla qualificazione del capitale umano. È il quadro che emerge dall’indagine condotta nel 2026 da Unioncamere e dal suo Centro studi Tagliacarne su 4.500 imprese. L’analisi è stata diffusa in occasione dell’Assemblea [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma, 28 ottobre 2026 – Le imprese italiane che esportano sono più produttive, investono maggiormente nell’innovazione e puntano di più sulla qualificazione del capitale umano. È il quadro che emerge dall’indagine condotta nel 2026 da <strong>Unioncamere</strong> e dal suo Centro studi Tagliacarne su 4.500 imprese. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi è stata diffusa in occasione dell’Assemblea dei presidenti delle Camere di commercio che s&#8217;è svolta il 27e il 28 ottobre a Roma, alla presenza del Vice premier e Ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, <strong>Antonio Tajani</strong> (<em>foto in alto</em>).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il commento</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>L’obiettivo dell’accordo tra Unioncamere e Maeci è ampliare la platea delle imprese italiane che esportano e rafforzare la loro presenza sui mercati internazionali”,</em> ha sottolineato il presidente di <strong>Unioncamere</strong>, <strong>Andrea Prete</strong><em>. “Esiste un potenziale di circa 20mila imprese che potrebbero avviare o sviluppare la propria attività sui mercati esteri. Su queste concentreremo la nostra azione, per accompagnarle nel percorso di crescita internazionale e favorirne l’accesso a nuovi mercati”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I dati principali dell&#8217;indagine</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A parità di dimensione, settore e localizzazione geografica, le imprese esportatrici registrano una produttività del lavoro superiore di circa il 20% rispetto a quelle che non esportano. Già all’inizio dell’attività sui mercati esteri, la produttività aumenta di circa il 6% rispetto a quando l’impresa operava solo sul mercato domestico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vantaggio competitivo, che porta queste imprese ad avere migliori aspettative di crescita (un&#8217;esportatrice su tre si attende un aumento del fatturato nel 2027, contro il 22% delle non esportatrici), si riflette anche nelle scelte di investimento. Nel triennio 2026-2028, il 43% delle imprese esportatrici prevede investimenti in ricerca e sviluppo, contro il 16% delle non esportatrici. Per le tecnologie 4.0 le quote sono rispettivamente del 51% e del 28%, mentre per gli investimenti nella transizione verde si attestano al 47% e al 28%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le imprese esportatrici mostrano inoltre una maggiore attenzione alle competenze: il 61% prevede di investire nell’aggiornamento professionale dei dipendenti, contro il 48% delle altre imprese. Una su cinque programma l’ingresso di lavoratori altamente specializzati, più del doppio rispetto alle non esportatrici (20% contro 9%). Anche nell’intelligenza artificiale il divario è evidente: la utilizza già il 26% delle esportatrici, contro il 19% delle non esportatrici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le imprese potenziali esportatrici</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il bacino individuato da Unioncamere conta circa 20mila imprese che avrebbero già tutte le carte in regola per esportare ma ancora non hanno avuto l’opportunità di oltrepassare i confini nazionali. In rapporto alle aziende che già esportano nelle rispettive aree, il potenziale relativo è più ampio al Sud: 21 imprese potenzialmente esportatrici ogni 100 già esportatrici, contro 13 nel Centro-Nord.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il ruolo dei servizi camerali</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’analisi delle imprese che hanno utilizzato i servizi delle Camere di commercio per l’internazionalizzazione mostra risultati significativi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel periodo 2020-2024, le aziende beneficiarie hanno registrato una probabilità di iniziare a esportare superiore del 41,4% rispetto alle imprese non servite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il valore delle esportazioni delle imprese che hanno usufruito dei servizi camerali è risultato più elevato del 21,8% rispetto alle imprese non servite, con un impatto complessivo stimato tra 600 e 800 milioni di euro di export aggiuntivo. L’effetto è ancora più marcato per le imprese meridionali: per quelle che hanno usufruito dei servizi camerali, l’impatto stimato sul valore delle esportazioni raggiunge il 65,3%, circa tre volte la media nazionale.</p>
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		<title>Caro-carburante, taglio accise su gasolio fino a 7 novembre, Codacons: su pieno di gasolio 2,44 euro di risparmio</title>
		<link>https://sestopotere.com/caro-carburante-taglio-accise-su-gasolio-fino-al-7-novembre-codacons-su-pieno-di-gasolio-244-euro-di-risparmio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 08:27:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Top News]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 29 ottobre 2026 &#8211; &#8220;Col nuovo taglio delle accise disposto dal governo il risparmio su un pieno di gasolio sarà di appena 2,44 euro&#8221;. Lo afferma il Codacons, dopo il decreto interministeriale che a partire dal 28 ottobre e fino al prossimo 7 novembre riduce le imposte sul diesel per [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 29 ottobre 2026 &#8211; &#8220;Col nuovo taglio delle accise disposto   dal governo il risparmio su un pieno di gasolio sarà di appena 2,44 euro&#8221;. Lo afferma il Codacons, dopo il decreto interministeriale che a partire dal 28 ottobre e fino al prossimo 7 novembre riduce le imposte sul diesel per complessivi 4,88 centesimi di euro al litro, considerando anche l’Iva, e la pubblicazione in gazzetta ufficiale del dispositivo che prevede una riduzione di 632,90 euro per mille litri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Si tratta di un mini-taglio tardivo, visto che la misura era attesa dallo scorso 6 ottobre, quando è scaduto il precedente sconto fiscale, e assolutamente insufficiente considerati i prezzi dei carburanti alla pompa ancora a livelli elevatissimi – spiega il Codacons – Una elemosina che non risolverà l’emergenza caro-carburanti, anche perché il taglio interesserà solo il gasolio&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre resta esclusa la benzina nonostante i prezzi alla pompa si mantengano per la verde abbondantemente sopra i 2 euro al litro: nota ancora l&#8217;associazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Si doveva e si poteva fare di più, sia perché gli automobilisti non possono contare solo sulle iniziative private dei marchi petroliferi che hanno avviato sconti e price cap, sia perché il caro-carburanti sta provocando effetti a cascata sui prezzi al dettaglio danneggiando doppiamente le famiglie&#8221;: conclude il Codacons.</p>
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		<title>L&#8217;Italia alle prese con povertà, precarietà lavorativa e  disuguaglianze Nord-Sud, Istat presenta 13^ edizione Rapporto Bes</title>
		<link>https://sestopotere.com/litalia-alle-prese-con-poverta-precarieta-lavorativa-e-disuguaglianze-nord-sud-istat-presenta-13-edizione-rapporto-bes/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 18:36:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Emilia-Romagna]]></category>
		<category><![CDATA[Forlì - Cesena]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 26 ottobre 2026 &#8211; L’Istat ha presentato la tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes). Avviato nel 2010, sulla scia del Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, il progetto Bes rappresenta una sfida tematica e metodologica per il monitoraggio della qualità della vita delle persone, della sostenibilità del progresso e della [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 26 ottobre 2026 &#8211; L’Istat ha presentato la tredicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes). Avviato nel 2010, sulla scia del Rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, il progetto Bes rappresenta una sfida tematica e metodologica per il monitoraggio della qualità della vita delle persone, della sostenibilità del progresso e della distribuzione del benessere nella popolazione e sul territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie all’analisi di un ampio set di <strong>indicatori statistici (148)</strong>, il Rapporto offre una lettura approfondita dei livelli, delle tendenze e delle disuguaglianze di benessere che si possono osservare nei 12 domini in cui si articola il <em>framework</em> Bes: Salute; Istruzione e formazione; Lavoro e conciliazione dei tempi di vita; Benessere economico; Relazioni sociali; Politica e istituzioni; Sicurezza; Benessere soggettivo; Paesaggio e patrimonio culturale; Ambiente; Innovazione, ricerca e creatività; Qualità dei servizi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto è accompagnato da strumenti <em>online</em>: l’Appendice statistica, con gli indicatori Bes aggiornati in serie storica e disaggregati ove possibile per regione, sesso, classe di età e titolo di studio, anche combinati tra loro; la <em>dashboard</em> interattiva per navigare tra gli indicatori e le loro disaggregazioni; e una nota metodologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tredicesima edizione approfondisce gli andamenti più recenti e le tendenze nel periodo 2014-2025, con particolare attenzione all’analisi delle disuguaglianze. Il Rapporto Bes si apre con un capitolo introduttivo di sintesi che offre una visione di insieme degli andamenti recenti e di lungo periodo degli indicatori, mettendo in evidenza eventuali cambiamenti in atto o inversioni di tendenza. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Viene poi presentata una lettura sintetica del benessere nelle regioni e, per gli indicatori per cui sono disponibili i dati, un confronto del benessere in Italia rispetto alla media dell’Unione Europea (UE27). Nell’anno in cui l’Istat celebra il suo Centenario, l’analisi si arricchisce con una lettura di più lungo periodo di una selezione di 12 indicatori, uno per ciascun dominio del Bes, che consente di delineare l’evoluzione, a partire dal secondo dopoguerra, di alcuni aspetti del benessere, tenendo conto quando possibile anche delle differenze di genere e per territorio.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il Benessere equo e sostenibile in Italia, una visione di insieme</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Dei<strong> 132 indicatori </strong>per cui è possibile il confronto con l’anno precedente, 54 migliorano, 55 sono stabili e 23 peggiorano, evidenziando un generale avanzamento del benessere. Nel lungo periodo il quadro risulta ancora più positivo: oltre la metà degli indicatori migliora (70 su 133 per cui è possibile il confronto di lungo periodo), 24 peggiorano, mentre per 39 indicatori non è possibile stabilire una tendenza univoca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mappa del benessere conferma la tradizionale spaccatura tra <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Centro-Nord</mark></strong> e Mezzogiorno: mentre tutte<strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color"> le regioni del Nord </mark></strong>e del Centro (con l’eccezione del Lazio) registrano prestazioni superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori Bes disponibili a livello regionale, nel Mezzogiorno (fatta eccezione per l’Abruzzo) la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province Autonome presentano, in almeno 10 sui 12 domini di benessere, valori medi superiori al valore dell’Italia. All’opposto, Campania, Puglia e Calabria hanno, in almeno 10 dei 12 domini, valori medi peggiori rispetto al riferimento nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distanza tra <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Nord </mark></strong>e Mezzogiorno appare particolarmente evidente in domini chiave come Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico e Relazioni sociali. Ciononostante, il quadro non è del tutto omogeneo: Abruzzo e Sardegna si distinguono spesso in positivo nel contesto meridionale, con valori in linea con la media nazionale, mentre in settori come Innovazione, ricerca e creatività si evidenziano ritardi anche in alcune regioni centro-settentrionali (come Valle d’Aosta/<em>Vallée d’Aoste</em> e Liguria). </p>



<p class="wp-block-paragraph">I domini relativi a Sicurezza, Benessere soggettivo e Ambiente mostrano una variabilità territoriale più articolata che non segue il classico gradiente <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Nord</mark></strong>-Sud. In particolare, nel dominio Sicurezza le regioni del Mezzogiorno (ad eccezione della Campania) registrano livelli migliori della media nazionale, mentre <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">le grandi aree metropolitane del Centro-Nord </mark></strong>(prima di tutto il Lazio, seguito da Lombardia, <strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-red-color">Emilia-Romagna</mark></strong> e Toscana) sono penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il confronto con l’Europa (media UE27), basato su 40 indicatori, evidenzia una situazione più favorevole per l’Italia per 12 indicatori e meno favorevole per 18. </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Italia mostra i risultati migliori nei domini della Salute, della Sicurezza e per alcuni indicatori sull’Ambiente; le maggiori criticità nei domini dell’Istruzione e formazione, del Lavoro e conciliazione dei tempi di vita e dell’Innovazione, ricerca e creatività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le quote di persone con almeno il diploma e di laureati sono inferiori rispettivamente di 14,2 e 13,7 punti percentuali rispetto alla media europea, con divari leggermente più accentuati tra gli uomini. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Valori inferiori all’UE27 si registrano anche per le competenze digitali almeno di base (54,3%; 60,4% UE27) e la quota di giovani che non lavorano e non studiano (Neet) resta superiore alla media europea (13,3%; 11,0% UE27).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tasso di occupazione è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media europea, con un divario particolarmente ampio tra le donne (-13,3 punti contro -3,8 per gli uomini).</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Criticità emergono anche per il tasso di mancata partecipazione e per il <em>part-time</em> involontario. Quest’ultimo registra uno degli scostamenti più elevati in termini relativi (-4,6 punti percentuali nel complesso e -8,2 punti tra le donne).</p>



<p class="wp-block-paragraph">La speranza di vita alla nascita, che in Italia è tra le più alte al mondo, si mantiene su livelli superiori alla media europea (+2,2 anni), e il vantaggio è più intenso tra gli uomini (+2,7 anni, +1,6 anni per le donne). Risultati favorevoli anche per la mortalità evitabile (16,0 decessi standardizzati per 10.000 residenti contro 23,8 nell’UE27). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tasso di omicidi volontari colloca l’Italia in una situazione più favorevole rispetto alla media UE27; il vantaggio riguarda sia gli uomini sia le donne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel dominio Innovazione, ricerca e creatività l’Italia mostra ritardi rispetto alla media UE27, soprattutto per la quota di lavoratori della conoscenza (-8,1 punti percentuali) e per l’intensità di ricerca (pari a 1,40% del Pil per l’Italia, 2,26% per l’Ue). In controtendenza gli investimenti in proprietà intellettuale che crescono a un tasso più elevato della media europea (inferiore tuttavia a quello di alcuni principali paesi membri).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio di povertà colloca l’Italia in una situazione peggiore rispetto alla media europea (+2,3 punti percentuali). Anche l’indicatore relativo alla grande difficoltà ad arrivare a fine mese e la disuguaglianza del reddito disponibile pongono l’Italia in svantaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Al contrario, il sovraccarico del costo dell’abitazione e la grave deprivazione materiale e sociale collocano l’Italia su livelli relativamente migliori rispetto a quelli europei.</p>
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		<title>Caro energia e inflazione, per gli alimenti maggiore spesa annua da +1.326 euro a famiglia in 10 anni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sestopotere MC]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2026 06:26:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Società, cultura, sport]]></category>
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					<description><![CDATA[(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 14 ottobre 2026 &#8211; I consumi degli italiani hanno subito profonde modifiche negli ultimi 10 anni, con cambiamenti climatici, guerre e caro-energia che hanno influito sulla spesa delle famiglie. Lo afferma il Codacons, che sulla base dei dati Istat ha realizzato uno studio mettendo a confronto i consumi dei cittadini [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">(Sesto Potere) &#8211; Roma &#8211; 14 ottobre 2026 &#8211; I consumi degli italiani hanno subito profonde modifiche negli ultimi 10 anni, con cambiamenti climatici, guerre e caro-energia che hanno influito sulla spesa delle famiglie. Lo afferma il Codacons, che sulla base dei dati Istat ha realizzato uno studio mettendo a confronto i consumi dei cittadini tra il 2015 e il 2025.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo dato che emerge dalla ricerca è quello relativo alla spesa alimentare, per la quale gli italiani spendono in media il 25% in più rispetto a 10 anni fa – evidenzia l’associazione – Per cibi e bevande analcoliche l’esborso mensile passa infatti dai 441 euro mensili del 2015 ai 552 euro del 2025, pari ad una maggiore spesa annua da +1.326 euro a famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’incremento più consistente riguarda piatti pronti e preparazioni alimentari, che nel periodo in esame registrano un boom del 254%, pari ad una maggiore spesa da 307 euro annui a nucleo, mentre per caffè e cacao le famiglie spendono in media il 67% in più (+99 euro annui), e quasi il +38% per oli e grassi (+65 euro annui); per carni e verdure la spesa sale di quasi il 20%, +21% zucchero e dolciumi, +17% latte, uova e formaggi, +14% il pane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo però non significa che la dispensa degli italiani sia oggi più piena rispetto a 10 anni fa: avvisa il Codacons.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La maggiore spesa sostenuta dalle famiglie è infatti da attribuire ai pesanti rincari dei prezzi che hanno investito il comparto alimentare negli ultimi anni, tra cambiamenti climatici che hanno fatto schizzare alle stelle le quotazioni delle materie prime (dal caffè al cacao), guerra in Ucraina che ha portato a rialzi per cereali, latticini e oli, e caro-energia scaricato sui listini finali al pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso periodo infatti la spesa non alimentare registra un incremento molto più contenuto e pari al +8,4%: qui alcune voci segnano addirittura un decremento. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto a 10 anni la spesa per il comparto ricreazione, spettacoli e cultura diminuisce del -16,7%, pari in media ad un minor esborso da 253 euro annui a famiglia – calcola il Codacons – quella per abbigliamento e calzature scende del -9% (-125 euro annui), mentre la spesa per tabacchi e bevande alcoliche si ridimensiona del -4,1% (-22 euro annui circa). </p>



<p class="wp-block-paragraph">Per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili ogni famiglia spende circa l’11% in più (+1.180 euro annui), +10,7% per i trasporti (+341 euro annui). </p>



<p class="wp-block-paragraph">L’aumento più sostanzioso, tuttavia, si registra per la voce servizi ricettivi e di ristorazione, per la quale le famiglie spendono un terzo in più rispetto a 10 anni fa (+33,7%, +495 euro annui).</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;E non certo perché gli italiani viaggino di più: il comparto turistico, complice la pandemia Covid e il caro-bollette, è tra quelli che ha registrato i più forti incrementi dei listini negli ultimi anni&#8221;: conclude l’associazione.</p>
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