Angelo Ranzi, il ricordo di Gabriele Zelli e Marco Viroli

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Zelli e Viroli

(Sesto Potere) – Forlì – 6 novembre 2019 – “La scomparsa di Angelo Ranzi   priva la città di uno dei suoi artisti migliori, nonché di un cittadino esemplare. In occasione di una delle sue ultime mostre, risalente al 2011, dal titolo “San Francesco secondo Ranzi”, che fu allestita nei locali di quello che era il Centro Culturale San Francesco di via Marcolini a Forlì, troppo frettolosamente smantellato qualche anno fa, chiese a Marco Viroli e a Gabriele Zelli un contributo scritto per il catalogo.

Zelli e Viroli

In quella occasione Zelli scrisse: «Conosco Angelo Ranzi da oltre trent’anni. Mi colpirono fin dall’inizio la sua signorilità e, nel contempo, la sua modestia, sia come uomo sia come artista. Da allora ho iniziato a frequentare le mostre che allestiva in città, apprezzandone le opere esposte perché capaci di rappresentare, in modo magistrale, i tanti momenti delle nostre collettività. Angelo Ranzi ha dato vita a diverse mostre che hanno segnato la vita artistica e culturale di Forlì, come ad esempio quella dedicata alla Romagna di Aldo Spallicci e quella che aveva come tema il Vangelo secondo Matteo».

Anche l’esposizione che fu ospitata nei locali del Centro Culturale San Francesco non fu da meno. Raccontare attraverso la pittura la vita del patrono d’Italia nell’anno del centocinquantesimo fu una sfida che Ranzi raccolse e affrontò con la sensibilità che gli era propria, con un misto di spiritualità e di attenzione alle cose materiali della vita, realizzando un corpus di opere capace di emozionare e di stupire.

Marco Viroli nel suo scritto ricordava che «dopo l’imponente mostra “L’Apocalisse e la guerra” in cui spesso Angelo Ranzi lasciava illuminare la scena dalla luce del divino, unica speranza per un mondo alla fine di un ciclo, si cimenta con una nuova serie di opere inedite sulla vita del santo più amato e contestato della storia della Chiesa».
«Ranzi descrive le scene della vita del “poverello d’Assisi” come se ne avesse preso parte lui stesso – scrisse allora Viroli – tanto da essere capace di coinvolgere a tal punto chi si pone di fronte all’immagine da trasmettergli emozioni talmente vivide da suscitare immedesimazione ed empatia».

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