750 opere pubbliche ferme, l’industria italiana delle costruzioni chiede “liquidità”

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(Sesto Potere) – Roma – 3 aprile 2020 – “Se vogliamo evitare che migliaia di imprese non riaprano nei prossimi mesi dobbiamo agire subito e immettere liquidità nel sistema. Bene dunque un decreto legge che anticipi risorse attraverso le banche con la garanzia dello Stato”: ha commentato così il presidente dell’Ance-Associazione Nazionale dei Costruttori  , Gabriele Buia, la notizia di un imminente provvedimento urgente per consentire nuovi finanziamenti a tutte le imprese.

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“Come Ance (che rappresenta l’industria italiana delle costruzioni, ndr) ci siamo fatti subito carico di chiedere un rifinanziamento del Fondo di garanzia per tutte le imprese e il pagamento immediato dei lavori in corso così da dare fiato agli operatori del nostro settore”: commenta Buia che definisce “indispensabile” la decisione del Governo di anticipare con decreto alcune misure necessarie per sostenere il tessuto imprenditoriale e consentirgli di riaprire dopo lo stop imposto dall’emergenza sanitaria.

“Serve il massimo sforzo di tutti a cominciare dallo Stato che deve dare le garanzie necessarie e degli istituti di credito che come ha annunciato il presidente dell’Abi Patuelli sono pronti a erogare tutte le risorse disponibili alle imprese”. “E’ ormai chiaro, infatti che senza un’immediata reazione di tutto il sistema Paese le imprese non saranno in grado di riaprire. “Occorre subito uno shock positivo a beneficio di tutto il settore delle costruzioni e tutta la filiera collegata”: sottolinea Buia che annuncia “siamo pronti a indicare la strada per la ripartenza con un nuovo Piano Marshall basato sugli investimenti pubblici e sul sostegno di quelli privati,  che  presenteremo nei prossimi giorni al Governo”.

Stando al monitoraggio realizzato dall’Ance attraverso il sito sbloccacantieri.it, sarebbero quasi 750 le opere pubbliche ferme nel nostro Paese che non consentono di investire 62 miliardi di euro. Oltre a scuole, strade, ospedali ci sono anche una trentina di grandi opere infrastrutturali strategiche, la quasi totalità già finanziate, che non decollano a causa degli intoppi burocratici relativi alle procedure amministrativo-progettuali richieste, alle guerre giudiziarie in atto tra le imprese o a seguito del tira e molla in corso tra la politica centrale e quella locale.

Se da un lato questa situazione di impasse non consente l’ ammodernamento del Paese, dall’altro non dà alcun contributo alla crescita della domanda interna che mai come in questo momento dovrebbe essere supportata.

Alcune di queste infrastrutture strategiche ancora ferme ai blocchi di partenza sono: Tav Torino-Lione (8,6 miliardi di euro); Tav Messina-Catania-Palermo (costo 8 miliardi di euro); Gronda di Genova (5 miliardi di euro); Verona-Padova IRICAV 2 (4,9 miliardi di euro); Terza corsia A11 Firenze-Pistoia (3 miliardi di euro); Autostrada Roma-Latina (2,8 miliardi di euro); Autostrada Pedemontana Lombarda (2 miliardi di euro); Tav Napoli-Bari lotto Irpinia-Orsara/tratta Orsara Bovino (2 miliardi di euro); e l’ Autostrada regionale Cispadana (1,3 miliardi di euro).

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